Si è lavoratori per essere inquisiti dalla magistratura, ma non per essere… pagati: è questo l’ennesimo paradosso dell’“ingrata” situazione occupazionale italiana e, nella fattispecie, dell’asfittica Valle dell’Alcantara, visto che stiamo per trattare di quella struttura di sviluppo denominata “P.I.T. 32” avente il compito, attraverso il finanziamento di opere pubbliche e servizi alle imprese, di migliorare le sorti dei dodici Comuni valligiani e jonici in essa consorziatisi, tra cui Francavilla di Sicilia (dove l’organismo ha sede), Gaggi, Graniti, Malvagna, Mojo Alcantara, Motta Camastra, Roccella Valdemone e Santa Domenica Vittoria.
L’odissea di Carmela Torre, una cittadina francavillese trentacinquenne e completamente disoccupata la quale si è rivolta ai mezzi d’informazione per rivendicare i propri diritti e manifestare la propria comprensibile rabbia, ha origine un paio d’anni addietro, quando la sopracitata agenzia di sviluppo, allora guidata dal coordinatore Vincenzo Lo Monte (ex sindaco di Graniti e fratello del “potente” deputato nazionale dell’Mpa Carmelo Lo Monte) e dal project manager spagnolo Francisco Josè Calderòn Vazquez, incappò nelle maglie della giustizia: a seguito di indagini serrate (condotte anche con l’ausilio di “cimici” ed intercettazioni ambientali varie) politici e funzionari che la dirigevano nonché semplici dipendenti, tra cui la signorina Torre in qualità di responsabile di segreteria, finirono sotto inchiesta con l’accusa di aver utilizzato l’ente e le risorse ad esso destinate per scopi personali, a partire dalle “innocenti” telefonate effettuate dagli uffici per chiamare amici e parenti e discutere del più e del meno.
Fin qui tutto “normale” (si fa per dire…). Ed è anche “normale” che, nel dicembre 2006, a pochi mesi dall’esplodere del caso, Carmela Torre si veda recapitare una lettera in cui i vertici del Pit la invitano a “rimanere a casa” in quanto le ristrettezze finanziarie in cui versa l’ente impediscono il mantenimento di quel suo posto di lavoro che, in pratica, non rientrava nell’ipotesi del pubblico impiego, bensì in un semplice rapporto di collaborazione professionale rinnovabile periodicamente.
All’ormai ex responsabile di segreteria non resta che inghiottire l’amaro boccone, pur senza dimenticare la retribuzione dell’ultimo semestre (dal luglio al dicembre 2006 per un ammontare complessivo di circa quattromila euro) che l’ente non le ha ancora corrisposto.
Si dà, quindi, da fare per tentare di recuperare quanto le spetta, ma è qui che si viene a trovare di fronte all’“inverosimile”: pur avendo regolarmente prestato servizio negli uffici francavillesi del Pit dall’ottobre 2003 al dicembre 2006, Carmela Torre non riesce a rinvenire alcun contratto che sancisca il suo rapporto d’impiego o di collaborazione che dir si voglia. Morale della favola: per la magistratura che l’ha indagata la Torre era al soldo del Pit 32, mentre per sindaci e politici vari, che si rifiutano di liquidarle quella somma arretrata, si tratta di una… emerita sconosciuta!
Per capirne di più, abbiamo rivolto qualche domanda alla protagonista della “pirandelliana” vicenda.
- Signorina Torre, come ha scoperto di aver prestato servizio per ben tre anni, ed alle dipendenze di un ente pubblico, senza alcun contratto di lavoro? A questo punto, se è vero che per due anni e mezzo l’hanno pagata, deve ritenersi “fortunata”…
«In pratica, dopo innumerevoli tentativi bonari e di dialogo rivelatisi inutili, per avere liquidato quel compenso degli ultimi mesi ho intrapreso la strada del decreto ingiuntivo e, a quanto mi è stato riferito dal mio avvocato, il giudice ha sentenziato che il mio lavoro presso il Pit 32 deve essere “provato”… ».
- Basterebbe, dunque, tirare fuori il suo contratto di assunzione…
«Ovviamente! Ma in quegli uffici, almeno fino a quando ci sono stata io e non certo per colpa mia, regnava il caos più totale, tanti documenti di una certa importanza non si riuscivano a trovare e “voglio credere” che, tra questi documenti, ci sia andato di mezzo pure il mio contratto…
Sta di fatto che in quei tre anni ho dato tutta me stessa a quel lavoro, addirittura anticipando di tasca mia i soldi per l’acquisto del materiale di cancelleria visto che, ad un certo punto, la struttura aveva perso di credibilità e nessun fornitore era più disposto a darle fiducia. Altro, dunque, che i soldi dell’ultimo semestre! Sommando tutte quelle spese che mi sono accollata dovrei pretendere molto di più, ma il mio legale, ridendo della mia ingenuità, mi ha detto che me lo posso scordare.
Che non mi si venga, quindi, più a parlare di “senso civico”, di “attaccamento al lavoro”, di “spirito di sacrificio” e di altre belle ed edificanti espressioni di cui proprio i politici si riempiono la bocca, specie durante le campagne elettorali: si tratta di valori che, purtroppo, non esistono più e se qualcuno ne fosse ancora provvisto è destinato ad essere stritolato da questa letteralmente schifosa società in cui ci troviamo a vivere».
- Ma i sindaci, che sono gli “azionisti” del Pit, cosa le dicono?
«Semplice: che non ho contratto; che la mia retribuzione non era prevista in bilancio; che per avere quei soldi non mi resta altro che intentare una causa al Pit; che in caso di mia vittoria loro si rivarranno su chi ha sbagliato.
Ora, anziché mandare allo sbaraglio una povera disoccupata del tutto impossibilitata a sostenere spese legali (già ho dovuto chiedere cinquecento euro a mio padre per quel decreto ingiuntivo rivelatosi inutile), ditemi voi se non sarebbe più logico che per intentare la causa al Pit si attivassero i sindaci visto che è loro compito tutelare gli interessi dei cittadini, ma anche, nella fattispecie, di un consorzio pubblico nelle cui casse hanno fatto confluire il denaro delle rispettive comunità. In fondo sono proprio i sindaci i responsabili della gestione del Pit; e quella “cattiva” degli anni in cui, tra l’altro, si “smarrivano” i contratti è dovuta a dirigenti da loro stessi nominati e che hanno continuato a godere, come se niente fosse, della loro fiducia».
- A quando risale il suo ultimo appello ai primi cittadini del Pit 32?
«A quattro mesi fa. Era l’8 luglio quando mandai un’accorata e-mail ai dodici sindaci, ma senza ottenere risposta alcuna tranne che, ad onor del vero, da Pippo Bartolotta, sindaco di Roccafiorita (Comune, peraltro, piuttosto distante dalla nostra Valle dell’Alcantara), il quale mi ha detto che si sarebbe impegnato, per quanto possibile, a risolvere il mio problema.
Con tutti gli altri sindaci desidero veramente “complimentarmi”: che… sensibilità, che… coscienza, che… impegno a favore dei giovani e sul fronte dell’occupazione!
Sapete che vi dico?! Siccome sono a spasso e senza un euro in tasca e sento che si è approfittato di me, della mia voglia di lavorare, della mia buona volontà e della mia buona fede, voglio provare il gusto di riappropriarmi della mia libertà di parola e raccontare pubblicamente ciò che accadeva in quei tre anni al Pit 32…».
- Non ha mai pensato di rivolgersi ad un sindacato per rivendicare i suoi diritti di lavoratrice?
«Certamente! Anzi lancio un appello per vedere se c’è in giro un sindacalista degno di questo nome, in grado di dimostrare che ho lavorato al Pit 32 e di impostare un’apposita vertenza: gli porterò le copie degli assegni percepiti in quegli anni a titolo di retribuzione, evidentemente “in nero” visto che “non si trova” il relativo contratto di assunzione…».
- Com’è finita con l’accusa di peculato che ha travolto quella “particolare” gestione del Pit?
«Si sa poco o nulla. Si vocifera di una prescrizione, ma non c’è nulla di certo e siamo rimasti in un “limbo”.
L’unica cosa certa è che a causa di questi “errori” si sono persi posti di lavoro ed opportunità di sviluppo… alla faccia di quella che sarebbe dovuta essere la “nobile” missione istituzionale del Pit!
Per quanto mi riguarda, ammetto di aver fatto delle telefonate private dagli uffici, ma in ogni caso dettate dalla necessità di mettermi in contatto con i miei familiari per il disbrigo delle faccende domestiche.
Se, però, qualcuno mi avesse detto che non si potevano fare nemmeno quelle, le avrei assolutamente evitate.
Ripeto: tenevo tantissimo a quel lavoro, al punto da rimetterci di tasca mia per provvedere alle esigenze dell’ufficio.
Pertanto, mi sono macchiata di peculato del tutto in buona fede, ed i soldi che ho speso per “mandare avanti la baracca” sono stati di gran lunga superiori all’incidenza delle mie telefonate nelle bollette telefoniche.
Risultato: io ho “peculato” e mi ritrovo sotto inchiesta, mentre il Pit, che ha estremamente “peculato” nei miei riguardi, continua ad esistere…
Ciò che lascia esterrefatti è la “divergenza di vedute” all’interno delle pubbliche istituzioni: per la magistratura penale ero dipendente e, come tale, sono stata indagata, mentre per quella civile (mi riferisco al magistrato del decreto ingiuntivo) e per gli amministratori comunali dipendente non lo ero e, come tale, non posso essere pagata…».
Rodolfo Amodeo