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Mafia, Alfano (IdV), Si faccia chiarezza su assegnazione beni confiscati

Alla luce di quanto emerso dalle denunce della trasmissione tv Striscia la notizia, sull’assegnazione da parte del Comune di Palermo dei beni confiscati alla mafia, Sonia Alfano, europarlamentare IdV e Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime della Mafia, interviene attraverso una nota.

“Chiedo si faccia chiarezza nel minor tempo possibile. Il regolamento non viene rispettato in nessuno dei suoi aspetti, e questo dimostra come la gestione dei beni confiscati alla mafia sia assolutamente incongruente con i principi che hanno portato a questa norma”.

“La priorità, per legge – sottolinea la Alfano – dovrebbe essere data alle famiglie in emergenza, e già qualche tempo fa la corrispondente di Striscia la notizia aveva segnalato al Comune di Palermo la grave situazione in cui versano i cittadini di Via Messina Montagne.

A distanza di qualche settimana viene fuori tutta una serie di assegnazioni fatte a cooperative i cui presidenti, evidentemente fittizi, non sanno neanche di cosa si occupano”. “Gridare allo scandalo mi sembra il minimo.

Ogni giorno di più si da motivo ai cittadini di perdere fiducia nella politica. Già la proposta della maggioranza del Governo centrale di mettere all’asta i beni confiscati aveva scatenato una serie di giustificatissime reazioni; adesso, dopo queste ultime rivelazioni, si può solo dire di aver toccato il fondo”.

“Ho ricevuto inoltre – prosegue – segnalazioni di diverse associazioni che lamentano i vantaggi, perpetrati dalle istituzioni locali, di alcuni coordinamenti nazionali sulle piccole associazioni.

Evidentemente – conclude l’europarlamentare – in questo Paese vige sempre la legge del più forte, anche nel mondo dell’antimafia”.

Seno rifatto, per gli uomini italiani è indifferente

“Il seno rifatto? Mi lascia indifferente”. È questa la risposta che il 37% degli uomini italiani ha dato durante un sondaggio online condotto dal Villa Borghese Institute di Roma.

Dunque, oltre un terzo dei maschi italiani non prova alcuna “emozione” alla vista di un seno abbondante dovuto alla chirurgia estetica.

Ma il dato più importante e che spinge alla riflessione è un altro: il 79% di essi non chiederebbe mai alla propria donna di sottoporsi ad un intervento simile per migliorare il suo aspetto fisico.

Insomma, gli uomini ci amano come natura ci ha fatte. O quasi. Il 17% di essi ha spiegato che non lo farebbe perchè sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della partner, mentre il 6,5% lo suggerirebbe e il 3% lo terrebbe per sè.
Vi è un 23% degli intervistati che ha comunque risposto a favore di una finta quinta di reggiseno, considerando il seno rifatto molto più sexi di un decolleté più piccolo.

Ma vi anche chi preferisce un seno normale, ossia il 9% degli italiani.

E c’è chi pensa anche che un seno rifatto e troppo prorompente possa addirittura “inibire il desiderio”: per il 54% degli uomini il desiderio rimane comunque una questione di testa mentre il 21% si sentirebbe inibito qualora il decolleté rifatto della propria donna fosse ostentato.

Ma anche nel privato un seno rifatto potrebbe essere un ostacolo ad una serena vita sessuale: il 13% ha ammesso infatti che in generale il corpo ritoccato della propria donna può bloccare l’intimità.

Il campione di uomini che ha risposto al sondaggio era pari a 100 individui tra i 25 e i 60. Poco conta l’età, le risposte sono state comunque orientate da altri fattori. Ad esempio, il 32% degli uomini intervistati rifiuta l’idea dell’intervento chirurgico, fatta eccezione per motivi strettamente medici.

Ma non parliamo di quando a rifarsi il seno è la figlia.

Nei due terzi dei casi, ossia il 65%, il papà non è affatto d’accordo e il 26% chiederebbe alla moglie l’intervento della moglie per far cambiare idea alla propria figlia.

È molto bassa la percentuale di padri consensienti, solo il 4% degli intervistati.

Ma al di là di ciò che agli uomini piace, l’importante per noi donne è sentirci belle, solo così, seconda o quinta, possiamo piacere agli altri e all’altro sesso.

WellMe

Autostrada Messina – Catania: “Manco nel Gabon”…

Ecco la testimonianza fotografica di un turista sulle condizioni disastrose in cui versa l’autostrada Messina-Catania.

Una specie di percorso di guerra a base di fossi, dislivelli mozzafiato, crepe mangia-battistrada, toppe sgretolate che sono perfino più pericolose dei buchi che avrebbero dovuto rabberciare, buche con acqua che manco in un concorso ippico…

E, a parte i danni costanti ai veicoli sottoposti a questo tratttamento, l’automobilista rischia quotidianamente l’incolumità propria e quella degli altri.

Per giunta pagando un salato pedaggio.

Sarebbe il caso che polizia stradale e prefetto facessero valere la propria autorità sul Consorzio Autostrade affinché rispetti i suoi doveri elementari.

Prima che succeda il solito disastro.
E poi vogliamo il ponte!

WTaorminaViva

Ue condanna Italia per rifiuti, Alfano (IdV): Come volevasi dimostrare

In merito alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia europea all’Italia riguardo all’emergenza rifiuti in Campania, il deputato europeo di IdV Sonia Alfano afferma in una nota

“Adesso Berlusconi, Bertolaso e sodali possono smettere di recitare la parte degli eroi che hanno salvato i cittadini campani, dato che l’Europa dice che «tale situazione ha messo in pericolo la salute umana e recato pregiudizio all’ambiente».

La normativa europea – sottolinea Sonia Alfano – stabilisce che gli Stati membri hanno il compito di assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonché di limitare la loro produzione promuovendo, in particolare, tecnologie pulite e prodotti riciclabili e riutilizzabili.

Essi devono in tal modo creare una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento, che consenta all’Unione nel suo insieme e ai singoli Stati membri di garantire lo smaltimento dei rifiuti, cosa di cui il Governo italiano, a quanto pare, non ha tenuto conto”.

“Tra l’altro la maggioranza di Governo continua a voler imporre alla popolazione la costruzione di inceneritori, che non sono esattamente «tecnologie pulite», ma fonte di grande guadagno per i soliti noti.

Oltre il 7% dell’importo della bolletta elettrica è utilizzato per strapagare impianti di incenerimento che bruciano scarti di raffineria e di lavorazioni industriali, plastica dai rifiuti urbani e assimilati e molte altre sostanze inquinanti, che contribuiscono all’incremento delle malattie” sottolinea l’eurodeputato.

“L’Italia, per questo motivo è stata già condannata dall’Ue, poichè il testo della normativa CIP6 inseriva la «trasformazione dei rifiuti organici ed inorganici» tra le «fonti rinnovabili» di energia e non tra le «fonti assimilate». In pratica una quota superiore al 70% dei contributi è stata indirizzata a questi impianti, anzichè a quelli a fonte rinnovabile, perchè in Italia – prosegue – per legge si decise di considerare l’incenerimento di tutti i rifiuti come una fonte rinnovabile.

Questa – conclude la Alfano – è una violazione delle direttive europee in materia, che consentono di ritenere assimilata esclusivamente l’energia ricavata dalla parte organica dei rifiuti”.

Il Gattopardo scritto per ripicca

Lasciato il suo palazzo diroccato dalle bombe alleate della seconda guerra mondiale, un signore di notevole mole, di carnagione olivastra, trasandato e distintissimo, lo sguardo acuto, una grossa e usurata borse gonfia di libri, ogni mattina approdava a un tavolino del caffè Mazzara a Palermo.

Si chiamava Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

La lettura di Saint-Simon, Montaigne, Shakespeare, Pascal, Racine, Goethe, Stendhal, Proust, Dostoevskij… era la grande occupazione e consolazione di questo nobile siciliano. Viveva isolato senz’altro lusso che ingenti spese per i libri, soprattutto le adorate Pléiade, la celeberrima collana di Gallimard.

Poi, un giorno, aperto un grande quaderno a righe, cominciò a scrivere: “Maggio 1860. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

La recita quotidiana del Rosario era finita.

Durante mezz’ora la voce pacata del Principe…”. Il Principe era l’evocazione del bisnonno astronomo, Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, l’ultimo gattopardo, nel romanzo il principe di Salina, coinvolto suo malgrado negli eventi dell’unità italiana.

Quella storia Giuseppe Tomasi se la era tenuta dentro tutta la vita. Forse visse in funzione di un romanzo storico che a un certo punto avrebbe scritto.

La spinta gli venne probabilmente dal “successo” letterario del cugino, Lucio Piccolo barone di Calanovella, fatto invitare nel 1954 da Montale, che ne apprezzava i versi, a San Pellegrino dove si teneva un convegno in cui noti scrittori presentavano le “speranze” delle ultime e penultime leve letterarie. Lampedusa accompagnò al convegno il cugino-poeta in erba.

Quello fu l’unico suo contatto con la “letteratura ufficiale”. Lampedusa aveva letto tutti i libri del mondo e doveva perciò sentirsi voluttuosamente intrinseco all’universo che stava sfiorando.

Assistendo agli elogi rivolti al cugino poeta dovette pensare di non esser da meno. Inoltre, al sogno letterario, sovrapponeva le consapevoli e orgogliose ascendenze nobiliari della sua famiglia, essenza di una Sicilia mitica.

Una famiglia di principi dai titoli altisonanti, con cardinali, capitani dell’Inquisizione e una pattuglia di eminentissimi religiosi. Un albero genealogico tentacolare capace di suscitare in Lampedusa una fortissima spinta emulativa.

Dopo una vita di edonistici furori sui libri degli altri, e tutto sommato anonima, almeno con la scrittura doveva lasciare una traccia “perché anch’io sia stato”.

Si potrebbe addirittura supporre che Lampedusa scrivesse “Il Gattopardo” per una sorta di ripicca. Certo una sfida con se stesso.

E per esorcizzare le ironie del cugino poeta. “Eravamo due cervelli ipercritici – dirà nel 1968 Lucio Piccolo – Se lui scriveva io lo distruggevo. Se scrivevo qualcosa io, lui me lo distruggeva”.

Lampedusa iniziò a lavorare a un testo che sarebbe diventato “Il Gattopardo” verso la fine di quel fatale 1954. In principio scrisse racconti slegati, coniugati tuttavia sugli stessi personaggi.

Tutto ruotava attorno al bisnonno Giulio Fabrizio Tomasi.

E quando si trovò con alcune parti compiute, un libro idealmente non finito, s’accese in lui, finalmente autore a sessant’anni, l’orgasmo della pubblicazione. Il brogliaccio era ancora incompleto e già Lampedusa induceva il cugino Piccolo – che intanto aveva pubblicato le sue poesie, “Canti barocchi”, nella prestigiosa collana mondadoriana Lo Specchio – a inviarlo in lettura al conte Federico Federici, uno dei funzionari di Mondadori.

Fu presentato come “ciclo di novelle”.

Uno stanco giro di lettere non portò a nulla. Anche perché intanto Lampedusa procedeva nella stesura delle parti mancanti che furono inviate ancora a Mondadori, creando un comprensibile pasticcio.

Fu l’inizio di una serie di rifiuti.

Gli insuccessi si dovettero probabilmente alla confusione creata dall’impaziente autore, alla presentazione differita di varie versioni, e dall’assoluta sordità di Lampedusa a chi gli consigliasse una salutare revisione del testo.

Vittorini, ricevuto il manoscritto tramite il libraio Flaccovio di Palermo, giustificandosi più tardi nell’ambito della polemica scoppiata sulla mancata pubblicazione del “Gattopardo” nella sua collana “I Gettoni”, scriveva: “Non posso impormi di amare scrittori che si manifestino entro gli schemi tradizionali.

Il Gattopardo avrei potuto amarlo solo come opera del passato che oggi fosse stata scoperta in qualche archivio.

L’avevo però giudicato pregevole e commercialmente valido”. Intanto un dattiloscritto era stato fatto arrivare a Elena Croce, per un giudizio e per l’indicazione di un eventuale editore.

Pare che la copia inviata alla figlia di Benedetto Croce, prima di incrociare il proprio destino, sostasse per due anni nella guardiola di una portineria.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel frattempo ammalatosi, il 2 luglio 1957 riceveva un ennesimo rifiuto. Il successivo 23 morì. Ignorato e sconfitto.

Il dattiloscritto, passato tramite Elena Croce, arrivò finalmente nella mani di Giorgio Bassani, allora curatore della collana di narratori italiani dell’editore Feltrinelli.

L’11 novembre 1958 “Il Gattopardo” uscì. Bassani fu accusato d’aver pubblicato un testo non conforme alla stesura definitiva.

Carlo Bo, recensendolo per il “Corriere delle Sera”, parlò di capolavoro.

Scoppiò una violenta polemica sulle cause dei pregressi rifiuti editoriali: ragioni letterarie, storiche e anche politiche.

Le edizioni intanto si succedevano. Il 7 luglio 1959 “Il Gattopardo” vinse il Premio Strega.

Le traduzioni dilagarono. Nel 1961, Mario Alicata, l’eminenza grigia della cultura del Pci, scrisse la prefazione per la versione russa.

Dopo aver elogiato la finezza e lo spessore drammatico del principe di Salina in uno dei più controversi momenti dell’Unità italiana, arrivò alla stoccata ideologica: “Nella nostra opinione sul piano storico il romanzo non è molto riuscito”.

Il pessimismo del cambiare tutto perché tutto resti com’è non poteva andare d’accordo con l’idea di un Risorgimento mancato.

E non poteva certo andare bene una unità compiuta da una élite senza l’apporto delle grandi masse.

Una unità vista con disinteressato distacco da una classe che contemplava con nostalgico abbandono il proprio tramonto.

Il Secolo XIX

Barcellona: Giù le mani da Ballotta

L’Universita’ di Messina aveva deciso di affidarlo alle cure della Corda Frates, associazione culturale di Barcellona Pozzo di Gotto.

Che però, dopo averlo prelevato, ha annunciato di restituirlo.

Il tesoriere dei Democratici di Sinistra, partito erede del Pci, Ugo Sposetti, a usarlo ha invece autorizzato Nino Costa, dirigente dei Ds e presidente del comitato “Pro Pino Balotta”.

Antonio Bertuccelli, segretario provinciale del Pdci, ha denunciato che già alcune parti sono state prelevate e usate.

L’archivio di Pino Balotta, scienziato politico e artista di Barcellona Pozzo di Gotto, morto a 79 anni il 26 luglio del 1987, abbandonato nell’edificio di via Operai, dove Balotta è vissutto, se lo contendono la massima istituzione culturale di Messina e uno dei partiti italiani più importanti.

Ma né la prima né il secondo, da quando Pino Balotta è morto, hanno fatto nulla per recuperarlo e valorizzarlo.

Lo stato in cui versa lo ha descritto Giuseppe Soraci, il presidente della Corda Frates, con una nota di ottobre del 2009 nella quale annunciava la rinuncia “all’inventario, restauro, conservazione e custodia del materiale dell’archivio con l’impiego a renderlo fruibile al pubblico”, che pure l’Università aveva acconsentito:

“Nelle case di Via Operai siamo dovuti entrare con tanto di mascherine e guanti. Abbiamo trovato uno sciame di carte sporche per terra, destinate inesorabilmente a marcire del tutto.

Una scena impressionante e desolante”. Il rettore il 18 ottobre del 2009 ha annunciato pubblicamente: “L’Univerisità provvederà a proprie spese a quanto necessario alla pulitura alla conservazione e valorizzazione dell’archivio”.

Ma a Barcellona, di persone incaricate di svolgere questo lavoro da parte dell’ateneo, non se ne sono ancora viste.

La contesa sulla titolarità dei diritti sull’archivio, scoppiata in occasione del centenario, nasce da due atti di disposizione compiuti durante la vita dallo scienziato barcellonese.

Il 12 maggio del 1965 Pino Balotta donò al Partito comunista italiano, di cui è stato per tre legislature deputato, la casa di via Operai.

Era una donazione, come emerge dallo scambio epistolare tra Pino Balotta e Luigi Longo, all’epoca segretario nazionale del Pci.

Ma fu rivestita dal notaio dalla forma di una compravendita.

Pino Balotta e la compagna di vita Antonina Pignataro, proprietaria dell’immobile, hanno formalmente venduto al Pci, rappresentato da Girolamo Li Causi, storico segretario regionale del Partito di Palmiro Togliatti, la casa per 9 milioni di vecchie lire.

La compravendita prevedeva anche che al Pci fosse trasferita “la biblioteca”.

Sulla casa e sulla biblioteca fu comunque previsto un diritto di usufrutto vita natural durante per il poeta, la cui unica figlia era morta.

Qualche mese prima che morisse, Balotta, in delle disposizioni testamentarie, nominò l’Ateneo di cui era stato docente “erede universale a cui trasferisco tutti i miei beni e diritti”.

Antonino Catalfamo, presidente del Centro studi “Pino Balotta” non ha dubbi: “La volontà complessiva è chiara: i libri della biblioteca esistenti alla data della compravendita del 12 maggio 1965 sono del Pci.

Di tutti gli altri libri e del prezioso archivio fatto di documenti e del carteggio, invece, si sarebbe dovuta occupare l’Università di Messina, che peraltro ha le competenze per giuste per assolvere al meglio questo compito”.

Un compito a cui però l’Ateneo sfugge da anni, nonostante non siano mancati gli appelli:”Ad agosto del 2005 abbiamo inviato al rettore una missiva con raccomandata andata e ritorno dal con cui si chiedeva un intervento perché l’archivio non andasse distrutto.

Non abbiamo ottenuto alcuna risposta”. Qualche mese dopo, un analogo appello in forma pubblica lo facemmo unitamente al circolo Arci “Città Futura”.

Ma non produsse effetti”, ricorda Catalfamo.

Il rettore, della noncuranza ventennale e degli appelli rivolti alla sua persona, si è dimenticato. Il 12 ottobre, nel corso del Consiglio d’amministrazione dell’Ateneo, dopo aver invitato la Corda Frates ha recedere dalla decisione di restituire i documenti dell’arichivio prelevato e aver promesso che in caso contrario sarebbe stata l’Università ad occuparsi dell’archivio, ha affermato: “Il rettore rileva che l’attuale governo di Ateneo ha il merito di aver adottato provvedimenti concreti, venti anni dopo il lascito, al fine di sottrarre il materiale documentabile al degrado e renderlo fruibile per gli studiosi.

Questo appare un segno concreto di valorizzazione della memoria del valoroso docente dell’Ateneo di Messina”.

La decisione di rinuncia dell’associazione Corda Frates è seguita alle reazioni violente suscitate dalla decisione dagli organi dell’ateneo nell’estate del 2009.

Antonio Bertucelli, segretario provinciale del Pdci, si e’ inalberato:”L’Universita’ non puo’ affidare a privati beni così importanti”.

L’astrofisica Margherita Hack, lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, lo storico Giuseppe Carlo Marino, il latinista Mario Geymonat hanno sottoscritto un appello per chiedere il rispetto delle volonta’ di Pino Balotta e la revoca della decisione dell’Universita’.

Ma è stata la Corda frates a fare un passo indietro. “Riporemo il materiale gia’ prelevato là dove l’abbiamo preso”, ha annunciato Giuseppe Soraci.


Michele Schinella – Centonove

MESSINA, L’INCHIESTA DI ‘CENTONOVE’ SULLA SANITA’: BRACCIO DI FERRO AL CENTRO NEUROLESI. E’ FINITO L’IDILLIO TRA IL DIRETTORE SCIENTIFICO E IL COMMISSARIO

A volerlo a capo della direzione sanitaria dell’lrccs Centro Neurolesi Bonino Pulejo di Messina, come spiegò l’ex commissario straordinario Raffaele Tommasini, fu il direttore scientifico Dino Bramanti.

Dopo le dimissioni di Tommasini, che era entrato in conflitto con lui, Bramanti volle che Francesco Scarfò – a ottobre del 2009 – ne prendesse il posto.

Sembrava lavorassero in grande sinergia.

Ma il feeling si è già rotto.

ll commissario Scarfò è stato costretto a prendere carta e penna per richiamare Dino Bramanti al rispetto delle prerogative e delle competenze, ricordando chi è il legale rappresentante della struttura.

ll manifestarsi di un conflitto tra il direttore scientifico, che dovrebbe unicamente occuparsi di ricerca scientifica, e chi invece è responsabile dell’attivita assistenziale e della gestione complessiva della struttura, non è una novità sui colli San Rizzo.

Prima di Francesco Scarfò tutti i predecessori hanno raccontato di aver subito le intromissioni di Bramanti e hanno deciso di fare le valigie: il direttore scientifico è l’unico che da 15 anni rimane saldo al Centro Neurolesi, divenuta a marzo del 2006 lrccs. L’ex direttore sanitario dell’ospedale Piemonte ha deciso di non piegarsi.

Ha messo le cose in chiaro e ha proceduto alla nomina del direttore sanitario, colmando così una lacuna che si protraeva da mesi. ll commissario straordinario, dopo una ricerca durata mesi e le clamorose rinunce, ha conferito l’incarico di direttore sanitario a Carlo Romano, catanese, un passato da direttore sanitario dell’azienda sanitaria di Catania e di direttore generale dell’azienda ospedaliera di Caltagirone: è stato l’unico a rispondere ad un avviso pubblico che Scarfò e il direttore amministrativo Pippo Di Pietro hanno pubblicato nei mesi scorsi.

La “guerra intestina” tra Scarfò e Bramanti cade mentre è ancora in corso un’inchiesta sulla gestione del Centro da parte dei Nas dei carabinieri di Catania, in base alla delega della Procura della Repubblica di Messina.

Un’indagine che parte da una visita ispettiva sui Colli san Rizzo effettuata il 17 e 18 maggio del 2008 dal nucleo dei carabinieri specializzato in ispezioni igienico sanitarie che ha messo in evidenza – come loro stessi hanno scritto nell’informativa inviata alla Procura – gravi carenze igieniche ed organizzative, una ventina di pazienti ricoverati in un ex hotel, il Panoramic, adiacente la struttura principale, mai autorizzata per l’attivita sanitaria, il laboratorio d’analisi da tempo completamente chiuso.

Ma l’ispezione ha fatto venire alla luce che neanche la struttura principale, che ospita pazienti dal 1999, è stata mai autorizzata all’esercizio dell’attivita sanitaria.

Francesco Scarfò e Pippo Di Pietro, incalzati dai Nas che chiedono spiegazioni ai vertici del Neurolesi e alla Regione Sicilia su come ciò sia stato possibile, hanno risposto con una nota dell’11 novembre del 2009 inviata anche alla Procura di Messina che “se c’erano adempimenti da compiere ai fini delle aulorizzazioni sanitarie, queste incombevano sull’Ausl 5 di Messina (oraAsp)”.

ll motivo? “ll Centro Neurolesi – spiegano i due nella nota – fino al marzo del 2006, quando è diventato lrccs, era un presídio dell’Ausl 5 di Messina”.

Un dato che trova conferma nei documenti, ma che i due ignorano quando dal piano sanitario si passa al piano economico.

Sul tavolo del direttore generale dell’azienda sanitaria di Messina Salvatore Giuffrida, insediatosi a settembre del 2009, c’è una letttera di diffida da parte dell’lrccs Neurolesi: “Abbiamo ancora 5 milioni di euro di crediti nei vostri confronti maturati prima che il Neurolesi fosse riconosciuto lrccs. Dateceli”.

La richiesta fa sorgere un interrogativo e getta pesanti ombre sulla regolare tenuta dei bilanci di due aziende sanitarie.

Nel bilancio 2008 dell’lrccs Neurolesi, depositato alla Regione, figura tra le attività un credito di 7 milioni di euro nei confronti dell’Ausl 5 nel cui documento contabile invece non corrisponde un debito di eguale importo.

Come è possibile che un presidio ospedaliero abbia maturato crediti nei confronti dell’azienda sanitaria cui apparteneva?

ll Centro Neurolesi, prima di diventare lrccs, dal 1999 era un consorzio di diritto pubblico: Fondazione Bonino Pulejo, Università e Ausl 5 ne erano i soci.

Sulla base della convezione che ne disciplinava la vita del consorzio, l’Ausl si fa carico di tutte le spese relative all’assistenza sanitaria (personale, farmaci, apparecchiature), riceve dalla Regione (secondo un determinato tariffario) l’equivalente delle prestazioni effettuate e incamera nel proprio bilancio la differenza tra quanto speso e quanto ricevuto per poi destinarla ad altre attività istituzionali.

Esattamente quello che succede con gli altri presidi ospedalieri.

Ed infatti, come spiegano ai Nas Scarfò e Di Pietro, il Neurolesi “era un presidio” dell’Ausl 5.

E, invece, il Neurolesi, dal 2OO4 in poi, quando a capo dell’Ausl 5 c’è Giuseppe Stancanelli, inizia a fare eccezione.

E quando il consorzio si scioglie, spuntano 11 milioni di euro di debiti dell’Ausl 5 nei confronti del nuovo soggetto lrccs.
Michele Schinella – Centonove / Enrico Di Giacomo Blog

FRANE NEL MESSINESE: SINDACO CARONIA, VASTA COME A SAN FRATELLO

“L’area interessata e’ vasta e profonda come quella di San Fratello, ma l’agglomerato urbano e’ diverso.

A San Fratello la zona era ad alta densita’ abitativa, mentre nel nostro caso, fortunatamente, ci sono soltanto alcune case con appezzamenti di terreno, sparse a macchia di leopardo”.

Lo ha detto il sindaco di Caronia Giuseppe Antonio Collura a proposito della vasta frana che sta interessando il comune del messinese.

“Gia’ ieri sera abbiamo provveduto ad evacuare 23 famiglie, una settantina di persone – ha aggiunto – mentre non sono al momento praticabili le scuole medie.

Ho predisposto tutto per fare alloggiare le famiglie in albergo in attesa di soluzioni piu’ consone.

Per quanto riguarda le scuole, i ragazzi saranno trasferiti in un altro plesso, nel centro di Caronia montagna”.

AGI

Travaglio e l’”Effetto Streisand”

La scorsa settimana è scomparso da YouTube il video: “I bertoladri” di Marco Travaglio tratto dalla sua trasmissione Passaparola.

Il filmato è riapparso dopo un paio di giorni in seguito alle azioni del mio staff.

Il motivo riportato da YouTube per la cancellazione del video era: “Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione di copyright da parte di Mediaset”.

Travaglio è stato intervistato a casa sua a inquadratura fissa. Né lui, né la sua abitazione sono (per ora) di proprietà di Mediaset. Il copyright sulle parole e sui cittadini non è ancora stato introdotto per legge.

In futuro, forse, per comparire su Internet bisognerà chiedere il permesso a Ghedini.

YouTube è stata costretta a rimuovere il filmato.

La violazione di copyright da parte di terzi riconosciuti rende automatica l’operazione.

Chi ha subito la cancellazione può fare reclamo assumendosi le responsabilità della eventuale violazione.

Di solito il filmato, se lecito, viene ripubblicato in poche ore.

In questo caso non è successo. Sono stati necessari giorni, email e telefonate. Infine, una imbarazzatissima YouTube, ha ricaricato il video e inviato il seguente messaggio al blog:

“Per ordine del giudice della causa civile promossa dinnanzi al Tribunale civile di Roma da RTI contro YouTube, ci è stato ordinato di consentire al Consulente incaricato dal giudice di effettuare verifiche sul corretto funzionamento del sistema di Content ID.

La rimozione del video in questione è avvenuta nel corso di queste verifiche ad insaputa di YouTube.

Non appena abbiamo avuto notizia ci siamo attivati per risolvere l’inconveniente contattando il Consulente. Va ricordato che YouTube è un hosting Service Provider e nel caso di segnalazioni relative al copyright ha l’obbligo di rimuovere i contenuti segnalati.”

Riepilogo:
- è in corso una causa tra RTI del gruppo Mediaset e YouTube
- il tribunale di Roma incarica un perito di controllare come funziona la gestione dei video su YouTube
- il perito su milioni di video controlla quello di Travaglio che riguarda Bertolaso e lo disabilita senza informare YouTube
- il video non viene ripristinato dopo l’operazione di controllo
- il video viene oscurato dichiarando il falso: “violazione del copyright”.

Quante violazioni della legge sono avvenute per un solo video?
Lo chiederò ai miei legali.

Di questa vicenda l’aspetto più grave non riguarda il mio blog, ma la rimozione di centinaia di filmati di blogger, magari perfettamente legittimi, con la scusa del copyright.

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Grillo’s Blog

L’”Effetto Streisand”

L’effetto Streisand è un fenomeno di internet in cui un tentativo di censurare o rimuovere una informazione provoca al contrario l’ampia pubblicizzazione dell’informazione stessa.

Il nome si riferisce a un caso del 2003 nel quale Barbra Streisand citò in giudizio il fotografo Kenneth Adelman e il sito Pictopia.com, nel tentativo di limitare la diffusione di una fotografia aerea della sua villa.

Tra gli esempi di questi tentativi vi sono la censura di una fotografia, un numero, un archivio informatico o un sito web (per esempio con una diffida). Invece di essere soppressa, l’informazione riceve un’estesa pubblicità, venendo spesso copiata in lungo e in largo su Internet o distribuita nelle reti di condivisione dei file.

Il blogger Mike Masnick coniò originariamente il termine Streisand effect in riferimento ad una causa del 2003 dove l’attrice statunitense Barbra Streisand citò, senza successo, il fotografo Kenneth Adelman e il sito web Pictopia.com per 50 milioni di dollari nel tentativo di far rimuovere la foto aerea della propria casa dalla raccolta disponibile al pubblico di 12.000 immagini della costa californiana, citando preoccupazioni di privacy.

Adelman dichiarò che stava fotografando le proprietà di fronte alla spiaggia per documentare l’erosione costiera come parte del California Coastal Records Project.

Come risultato di questo caso, la conoscenza pubblica di questa foto fu sostanzialmente incrementata ed essa divenne popolare su Internet, con più di 420.000 persone che visitarono il sito entro il mese successivo.

Wikipedia

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