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Alfano (IdV): Pd stampella di regime piduista

“Il Partito democratico, difendendo il Presidente Napolitano dalle doverose aspre critiche dell’Italia dei Valori, si dimostra ancora una volta complice e stampella di questo conclamato regime piduista, fautore di politiche criminali che non hanno mai tenuto conto della sovranità popolare sancita dalla Costituzione Italiana” afferma l’eurodeputato IdV Sonia Alfano dopo la presa di posizione del partito di Pierluigi Bersani.

Di questo passo non riusciremo mai a essere degni dei nostri padri costituenti e dei partigiani che per amore di questo Paese, per i principi di libertà e democrazia, hanno dato la vita” sottolinea la Alfano.

“Io mi schiero con chiunque voglia difendere la Carta costituzionale a qualsiasi costo, e mi dissocio da quanti chiedono di abbassare i toni in un momento storico che vede l’Italia piombare nell’ennesimo incubo dittatoriale.

Da ieri sera – conclude – ho la sensazione che questa Repubblica non abbia più un Presidente, dato che è venuto meno al suo dovere di garante dei diritti costituzionali”.

Giardini Naxos: la sirenetta e il “mistero del braccio”

Neanche Matilde Serao, con la sua “Mano tagliata”, ci aveva fatto provare tanti brividi.

Da anni la sirenetta di Giardini Naxos, ha perso un braccio…

Acquistata dal Comune jonico dallo scultore Cuscona di Taormina, era diventato uno dei simboli(insieme alla Nike) della cittadina.

Un primo restauro, fu fatto, in passato da un vigle urbano, certo Musarella, appassionato di ceramiche ed allievo dell’artista Taorminese.

Ma Musarella, purtroppo morì, e al nuovo distaccarsi del braccio della “Pupa”, come popolarmente viene defininita la statua dai giardinesi, la stessa, restò monca.

Nel frattempo amministratori poco attenti all’ estetica, piazzarono un cartello con scritto “acqua non potabile”, proprio ai piedi della statua, deturpandola ulteriolmente.

Proposte di restauro dell’ opera furono proposte dai figli dello scultore, al neo eletto sindaco Nello Lo Turco(rimasto in carica per poco tempo).

Ma l’amministrazione, per noti fatti, decadde.

Il restauro, addirittura, sarebbe stato, a quanto pare sostanzialmente a carico dei discendenti di Cuscona.

Adesso il braccio “scomparso” a quanto pare non si sa dove sia.

Qualcuno afferma che sia custodito, da qualche parte al Comune, qualcuno indica la moglie del compianto Musarella come custode dell’ arto in ceramica …

E la “Pupa” continua a fare il giro del mondo, priva di un braccio, nelle foto -degli ormai, pochi- turisti stranieri che visitano Giardini Naxos.

Sicilia-tumori Comitato scientifico studierà zona di Gela

L’Asp di Caltanissetta, l’Eni e l’Istituto superiore di Sanita’ hanno costituito un comitato promotore che dovra’ organizzare una importante attivita’ di ricerca sulle condizioni di salute nell’ambito del territorio di Gela (Caltanissetta).

Lo riferisce una nota regionale.

In particolare, tenendo conto delle evidenze scientifiche, e dunque coniugando i dati di mortalita’ con quelli di incidenza delle patologie tumorali, dovra’ essere verificato se esiste davvero – ed eventualmente in che misura – un impatto sulla salute dei cittadini di tutte le attivita’ diffuse nel territorio.

La zona di Gela, spiega ancora la nota, in ragione di quanto evidenziato dai dati epidemiologici, e’ stata inserita tra le tre aree siciliane ad alto rischio insieme a Priolo (Siracusa) e Milazzo (Messina).

La decisione e’ stata assunta oggi nel corso di una riunione che si e’ svolta alla Camera di Commercio di Caltanissetta e durante la quale e’ stato chiesto il coinvolgimento nel comitato promotore sia del Comune di Gela che della provincia di Caltanissetta.

Nelle prossime settimane il comitato promotore dovra’ individuare i rappresentanti di un comitato scientifico che, come soggetto terzo, definira’ gli ambiti, la metodologia di lavoro e di studio della ricerca scientifica.

L’iniziativa rientra nella visione programmatoria dell’assessorato regionale della Salute che nella legge di riforma del sistema sanitario ha inserito Gela e la sua area come terreno di indagine privilegiato e come destinataria di finanziamenti rivolti alla ricerca e alla tutela delle salute e dell’ambiente.

Asca

Denuncia pubblica sulla destinazione dei beni confiscati alla mafia

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petyx, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia.

In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro.

Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.

In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.

Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

Con la presente si denuncia che a Manduria (TA), in data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi).

Si denuncia che “Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.

Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici.

E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.

Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

Spero che questa denuncia pubblica sia approfondita, nell’interesse della collettività, delle associazioni antimafia indipendenti e della vera lotta alla mafia e cessi l’ostracismo a danno dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Antonio Giangrande

Barcellona: il giudice considera attendibile l’ex presidente del consiglio comunale, Marchetta sulla fiducia

Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano condannati in base ale accuse del’ imprenditore, che ha svelato gli intrighi tra appalti e massoneria, Su cui indaga la Procura di Messina

Il buio della sera non aveva ancora preso il sopravvento sulla luce del giorno, quando giovedì il giudice Mariangela Nastasi è entrata nell’ aula della seconda sezione penale del Tribunale di Messina per leggere il dispositivo della sentenza.

Pochi minuti per sancire la condanna di Carmelo D’Amico (ritenuto uno dei boss di Barcellona), a dieci anni e otto mesi di reclusione, e di Carmelo Bisognano (capo dei “Mazzaroti”) a sette anni.

E’ stato invece assolto Alfio Castro, considerato dagli inquirenti il referente in provincia di Catania delle cosche barcellonesi

Le due condanne significano che il grande accusatore, , Maurizio Marchetta, imprenditore ed ex presidente del Consiglio comunale di Barcellona targato AN è, secondo il giudice Nastasi, attendibile.

Il sostituto della direzione distrettuale antimafia Giuseppe Verzera , nel corso della requisitoria, tre giorni prima, lunedì, non aveva parlato a lungo: “Marchetta è attendibile. Le sue dichiarazioni sono tutte riscontrate .

Chiedo la condanna a 20 anni per D’Amico, a 16 anni per Bisognano e a 12 anni per Castro”, aveva concluso.
Gli avvocati degli imputati Tommaso Calderone, Giuseppe Lo Presti e Salvatore Silvestri, in 8 ore di arringa , dinanzi allo sguardo attento di Maurizio Marchetta, hanno tentato di dimostrare esattamente il contrario.

L’ex esponente politico non si è mosso neanche un minuto dall’ aula di Palazzo Piacentini, dove si teneva il processo. Guardato a vista da due uomini della Polizia che gli fanno da scorta, Marchetta ha preso appunti e ha affidato i commenti involontari a quanto giungeva alle sue orecchie alla mimica facciale.

Gli imputati, che erano invece collegati in video conferenza dalle carceri in cui sono reclusi, dovevano rispondere di vari episodi di estorsioni “sistematiche” (da qui il nome dato all’operazione, Sistema, appunto) che si sono verificate ai danni della società di famiglia di Maurizio Marchetta, la Cogemar spa, tra il 1998 e il 2008.
E che sono state raccontate proprio dal giovane imprenditore, prestato per alcuni anni della sua vita alla politica.

MASSONERIA E POLITICA.

La tenuta processuale delle dichiarazioni di Maurizio Marchetta fornisce un prezioso puntello alle indagini che stanno conducendo gli uomini della Squadra mobile di Messina, coordinati dai sostitutidella Dda Giuseppe Verzera e Angelo Cavallo. Maurizio Marchetta è, infatti, l’autore di dichiarazioni esplosive che promettono sviluppi clamorosi.

L’ex esponente di An, con tanto di nomi e cognomi, ha raccontato come la turbativa d’asta sia il sistema attraverso cui si ripartiscono gli appalti nella provincia di Messina.

Un sistema di cui sono parte alcuni uomini politici, molti imprenditori di primo piano, esponenti mafiosi, determinati funzionari comunali: tutti insieme, d’accordo, per dividersi i lavori degli appalti pubblici a Barcellona e nellaprovincia di Messina. A fare da collante, il legame massonico, specchietto per le allodole di altre e più turpi finalità.

LE AMICIZIE DI MARCHETTA.

La sentenza di Mariangela Nastasi è ancora più importante perchè Maurizio Marchetta è un personaggio controverso.

Nella relazione del 2006, la Commissione d’accesso al Comune di Barcellona Pozzo di Gotto di Maurizio Marchetta, all’epoca vice presidente del Consiglio comunale, oltre a tutta una serie di procedimenti penali (da cui è uscito) che lo vedevano all’epoca coinvolto (compresa la misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dei beni, da cui è uscito definitivamente), sono segnalati i suoi rapporti di frequentazione con Sam Di Salvo, considerato il successore di Pippo Gullotti a capo del clan dei barcellonesi, ma anche con Pio Cattafi, altro esponente di spicco della stesso gruppo mafioso.

Frequentazioni, niente di più. Anche se la relazione parla di “stretti rapporti di cointeressenza esistenti tra Marchetta e Sam Di Salvo e delle sue documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa”.

Maurizio Marchetta, nel processo, si è giustificato: «Ero in una condizione di sudditanza rispetto a Sam Di Salvo». «Era così sudditante che come hanno documentato i Ros se n’è andato insieme a lui in crociera », hanno ribattutto ironicamente legali degli imputati. Carmelo D’Amico, in un memoriale depositato dopo gli arresti del marzo del 2009, ai dubbi sulla limpidezza della condotta del politico imprenditore aveva tentato di dare corpo raccontando di colloqui e di fatti idonei a dimostrare l’ambiguità di Marchetta.

Che, pur essendo vicino alle cosche, si spaccia – secondo D’amico – come persona vittima delle richieste estorsive.

D’Amico ha raccontato di un incendio dei mezzi tenuti in un capannonne dove una delle ditte di Marchetta stava effettuando dei lavori.

Secondo Carmelo D’Amico, a farsi bruciare i mezzi, era stato proprio Maurizio Marchetta, che lo aveva chiesto prima a lui, proprio per allontanare da sè i sospetti degli investigatori. Un’ambiguità che alcuni anni fa, nel disporre il dissequestro dei suoi beni, ha rilevato il Tribunale di Messina, osservando che “Marchetta nell’interrogatorio si è trincerato dietro dichiarazioni palesemente mendaci”.

Ma il tentativo di minare l’attendibilità dell’imprenditore si è infranto sulla durezza di due sentenze di condanna.

M. Schinella – Centonove

Mafia, Alfano (IdV), Si faccia chiarezza su assegnazione beni confiscati

Alla luce di quanto emerso dalle denunce della trasmissione tv Striscia la notizia, sull’assegnazione da parte del Comune di Palermo dei beni confiscati alla mafia, Sonia Alfano, europarlamentare IdV e Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime della Mafia, interviene attraverso una nota.

“Chiedo si faccia chiarezza nel minor tempo possibile. Il regolamento non viene rispettato in nessuno dei suoi aspetti, e questo dimostra come la gestione dei beni confiscati alla mafia sia assolutamente incongruente con i principi che hanno portato a questa norma”.

“La priorità, per legge – sottolinea la Alfano – dovrebbe essere data alle famiglie in emergenza, e già qualche tempo fa la corrispondente di Striscia la notizia aveva segnalato al Comune di Palermo la grave situazione in cui versano i cittadini di Via Messina Montagne.

A distanza di qualche settimana viene fuori tutta una serie di assegnazioni fatte a cooperative i cui presidenti, evidentemente fittizi, non sanno neanche di cosa si occupano”. “Gridare allo scandalo mi sembra il minimo.

Ogni giorno di più si da motivo ai cittadini di perdere fiducia nella politica. Già la proposta della maggioranza del Governo centrale di mettere all’asta i beni confiscati aveva scatenato una serie di giustificatissime reazioni; adesso, dopo queste ultime rivelazioni, si può solo dire di aver toccato il fondo”.

“Ho ricevuto inoltre – prosegue – segnalazioni di diverse associazioni che lamentano i vantaggi, perpetrati dalle istituzioni locali, di alcuni coordinamenti nazionali sulle piccole associazioni.

Evidentemente – conclude l’europarlamentare – in questo Paese vige sempre la legge del più forte, anche nel mondo dell’antimafia”.

Seno rifatto, per gli uomini italiani è indifferente

“Il seno rifatto? Mi lascia indifferente”. È questa la risposta che il 37% degli uomini italiani ha dato durante un sondaggio online condotto dal Villa Borghese Institute di Roma.

Dunque, oltre un terzo dei maschi italiani non prova alcuna “emozione” alla vista di un seno abbondante dovuto alla chirurgia estetica.

Ma il dato più importante e che spinge alla riflessione è un altro: il 79% di essi non chiederebbe mai alla propria donna di sottoporsi ad un intervento simile per migliorare il suo aspetto fisico.

Insomma, gli uomini ci amano come natura ci ha fatte. O quasi. Il 17% di essi ha spiegato che non lo farebbe perchè sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della partner, mentre il 6,5% lo suggerirebbe e il 3% lo terrebbe per sè.
Vi è un 23% degli intervistati che ha comunque risposto a favore di una finta quinta di reggiseno, considerando il seno rifatto molto più sexi di un decolleté più piccolo.

Ma vi anche chi preferisce un seno normale, ossia il 9% degli italiani.

E c’è chi pensa anche che un seno rifatto e troppo prorompente possa addirittura “inibire il desiderio”: per il 54% degli uomini il desiderio rimane comunque una questione di testa mentre il 21% si sentirebbe inibito qualora il decolleté rifatto della propria donna fosse ostentato.

Ma anche nel privato un seno rifatto potrebbe essere un ostacolo ad una serena vita sessuale: il 13% ha ammesso infatti che in generale il corpo ritoccato della propria donna può bloccare l’intimità.

Il campione di uomini che ha risposto al sondaggio era pari a 100 individui tra i 25 e i 60. Poco conta l’età, le risposte sono state comunque orientate da altri fattori. Ad esempio, il 32% degli uomini intervistati rifiuta l’idea dell’intervento chirurgico, fatta eccezione per motivi strettamente medici.

Ma non parliamo di quando a rifarsi il seno è la figlia.

Nei due terzi dei casi, ossia il 65%, il papà non è affatto d’accordo e il 26% chiederebbe alla moglie l’intervento della moglie per far cambiare idea alla propria figlia.

È molto bassa la percentuale di padri consensienti, solo il 4% degli intervistati.

Ma al di là di ciò che agli uomini piace, l’importante per noi donne è sentirci belle, solo così, seconda o quinta, possiamo piacere agli altri e all’altro sesso.

WellMe

Autostrada Messina – Catania: “Manco nel Gabon”…

Ecco la testimonianza fotografica di un turista sulle condizioni disastrose in cui versa l’autostrada Messina-Catania.

Una specie di percorso di guerra a base di fossi, dislivelli mozzafiato, crepe mangia-battistrada, toppe sgretolate che sono perfino più pericolose dei buchi che avrebbero dovuto rabberciare, buche con acqua che manco in un concorso ippico…

E, a parte i danni costanti ai veicoli sottoposti a questo tratttamento, l’automobilista rischia quotidianamente l’incolumità propria e quella degli altri.

Per giunta pagando un salato pedaggio.

Sarebbe il caso che polizia stradale e prefetto facessero valere la propria autorità sul Consorzio Autostrade affinché rispetti i suoi doveri elementari.

Prima che succeda il solito disastro.
E poi vogliamo il ponte!

WTaorminaViva

Ue condanna Italia per rifiuti, Alfano (IdV): Come volevasi dimostrare

In merito alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia europea all’Italia riguardo all’emergenza rifiuti in Campania, il deputato europeo di IdV Sonia Alfano afferma in una nota

“Adesso Berlusconi, Bertolaso e sodali possono smettere di recitare la parte degli eroi che hanno salvato i cittadini campani, dato che l’Europa dice che «tale situazione ha messo in pericolo la salute umana e recato pregiudizio all’ambiente».

La normativa europea – sottolinea Sonia Alfano – stabilisce che gli Stati membri hanno il compito di assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonché di limitare la loro produzione promuovendo, in particolare, tecnologie pulite e prodotti riciclabili e riutilizzabili.

Essi devono in tal modo creare una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento, che consenta all’Unione nel suo insieme e ai singoli Stati membri di garantire lo smaltimento dei rifiuti, cosa di cui il Governo italiano, a quanto pare, non ha tenuto conto”.

“Tra l’altro la maggioranza di Governo continua a voler imporre alla popolazione la costruzione di inceneritori, che non sono esattamente «tecnologie pulite», ma fonte di grande guadagno per i soliti noti.

Oltre il 7% dell’importo della bolletta elettrica è utilizzato per strapagare impianti di incenerimento che bruciano scarti di raffineria e di lavorazioni industriali, plastica dai rifiuti urbani e assimilati e molte altre sostanze inquinanti, che contribuiscono all’incremento delle malattie” sottolinea l’eurodeputato.

“L’Italia, per questo motivo è stata già condannata dall’Ue, poichè il testo della normativa CIP6 inseriva la «trasformazione dei rifiuti organici ed inorganici» tra le «fonti rinnovabili» di energia e non tra le «fonti assimilate». In pratica una quota superiore al 70% dei contributi è stata indirizzata a questi impianti, anzichè a quelli a fonte rinnovabile, perchè in Italia – prosegue – per legge si decise di considerare l’incenerimento di tutti i rifiuti come una fonte rinnovabile.

Questa – conclude la Alfano – è una violazione delle direttive europee in materia, che consentono di ritenere assimilata esclusivamente l’energia ricavata dalla parte organica dei rifiuti”.

Il Gattopardo scritto per ripicca

Lasciato il suo palazzo diroccato dalle bombe alleate della seconda guerra mondiale, un signore di notevole mole, di carnagione olivastra, trasandato e distintissimo, lo sguardo acuto, una grossa e usurata borse gonfia di libri, ogni mattina approdava a un tavolino del caffè Mazzara a Palermo.

Si chiamava Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

La lettura di Saint-Simon, Montaigne, Shakespeare, Pascal, Racine, Goethe, Stendhal, Proust, Dostoevskij… era la grande occupazione e consolazione di questo nobile siciliano. Viveva isolato senz’altro lusso che ingenti spese per i libri, soprattutto le adorate Pléiade, la celeberrima collana di Gallimard.

Poi, un giorno, aperto un grande quaderno a righe, cominciò a scrivere: “Maggio 1860. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

La recita quotidiana del Rosario era finita.

Durante mezz’ora la voce pacata del Principe…”. Il Principe era l’evocazione del bisnonno astronomo, Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, l’ultimo gattopardo, nel romanzo il principe di Salina, coinvolto suo malgrado negli eventi dell’unità italiana.

Quella storia Giuseppe Tomasi se la era tenuta dentro tutta la vita. Forse visse in funzione di un romanzo storico che a un certo punto avrebbe scritto.

La spinta gli venne probabilmente dal “successo” letterario del cugino, Lucio Piccolo barone di Calanovella, fatto invitare nel 1954 da Montale, che ne apprezzava i versi, a San Pellegrino dove si teneva un convegno in cui noti scrittori presentavano le “speranze” delle ultime e penultime leve letterarie. Lampedusa accompagnò al convegno il cugino-poeta in erba.

Quello fu l’unico suo contatto con la “letteratura ufficiale”. Lampedusa aveva letto tutti i libri del mondo e doveva perciò sentirsi voluttuosamente intrinseco all’universo che stava sfiorando.

Assistendo agli elogi rivolti al cugino poeta dovette pensare di non esser da meno. Inoltre, al sogno letterario, sovrapponeva le consapevoli e orgogliose ascendenze nobiliari della sua famiglia, essenza di una Sicilia mitica.

Una famiglia di principi dai titoli altisonanti, con cardinali, capitani dell’Inquisizione e una pattuglia di eminentissimi religiosi. Un albero genealogico tentacolare capace di suscitare in Lampedusa una fortissima spinta emulativa.

Dopo una vita di edonistici furori sui libri degli altri, e tutto sommato anonima, almeno con la scrittura doveva lasciare una traccia “perché anch’io sia stato”.

Si potrebbe addirittura supporre che Lampedusa scrivesse “Il Gattopardo” per una sorta di ripicca. Certo una sfida con se stesso.

E per esorcizzare le ironie del cugino poeta. “Eravamo due cervelli ipercritici – dirà nel 1968 Lucio Piccolo – Se lui scriveva io lo distruggevo. Se scrivevo qualcosa io, lui me lo distruggeva”.

Lampedusa iniziò a lavorare a un testo che sarebbe diventato “Il Gattopardo” verso la fine di quel fatale 1954. In principio scrisse racconti slegati, coniugati tuttavia sugli stessi personaggi.

Tutto ruotava attorno al bisnonno Giulio Fabrizio Tomasi.

E quando si trovò con alcune parti compiute, un libro idealmente non finito, s’accese in lui, finalmente autore a sessant’anni, l’orgasmo della pubblicazione. Il brogliaccio era ancora incompleto e già Lampedusa induceva il cugino Piccolo – che intanto aveva pubblicato le sue poesie, “Canti barocchi”, nella prestigiosa collana mondadoriana Lo Specchio – a inviarlo in lettura al conte Federico Federici, uno dei funzionari di Mondadori.

Fu presentato come “ciclo di novelle”.

Uno stanco giro di lettere non portò a nulla. Anche perché intanto Lampedusa procedeva nella stesura delle parti mancanti che furono inviate ancora a Mondadori, creando un comprensibile pasticcio.

Fu l’inizio di una serie di rifiuti.

Gli insuccessi si dovettero probabilmente alla confusione creata dall’impaziente autore, alla presentazione differita di varie versioni, e dall’assoluta sordità di Lampedusa a chi gli consigliasse una salutare revisione del testo.

Vittorini, ricevuto il manoscritto tramite il libraio Flaccovio di Palermo, giustificandosi più tardi nell’ambito della polemica scoppiata sulla mancata pubblicazione del “Gattopardo” nella sua collana “I Gettoni”, scriveva: “Non posso impormi di amare scrittori che si manifestino entro gli schemi tradizionali.

Il Gattopardo avrei potuto amarlo solo come opera del passato che oggi fosse stata scoperta in qualche archivio.

L’avevo però giudicato pregevole e commercialmente valido”. Intanto un dattiloscritto era stato fatto arrivare a Elena Croce, per un giudizio e per l’indicazione di un eventuale editore.

Pare che la copia inviata alla figlia di Benedetto Croce, prima di incrociare il proprio destino, sostasse per due anni nella guardiola di una portineria.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel frattempo ammalatosi, il 2 luglio 1957 riceveva un ennesimo rifiuto. Il successivo 23 morì. Ignorato e sconfitto.

Il dattiloscritto, passato tramite Elena Croce, arrivò finalmente nella mani di Giorgio Bassani, allora curatore della collana di narratori italiani dell’editore Feltrinelli.

L’11 novembre 1958 “Il Gattopardo” uscì. Bassani fu accusato d’aver pubblicato un testo non conforme alla stesura definitiva.

Carlo Bo, recensendolo per il “Corriere delle Sera”, parlò di capolavoro.

Scoppiò una violenta polemica sulle cause dei pregressi rifiuti editoriali: ragioni letterarie, storiche e anche politiche.

Le edizioni intanto si succedevano. Il 7 luglio 1959 “Il Gattopardo” vinse il Premio Strega.

Le traduzioni dilagarono. Nel 1961, Mario Alicata, l’eminenza grigia della cultura del Pci, scrisse la prefazione per la versione russa.

Dopo aver elogiato la finezza e lo spessore drammatico del principe di Salina in uno dei più controversi momenti dell’Unità italiana, arrivò alla stoccata ideologica: “Nella nostra opinione sul piano storico il romanzo non è molto riuscito”.

Il pessimismo del cambiare tutto perché tutto resti com’è non poteva andare d’accordo con l’idea di un Risorgimento mancato.

E non poteva certo andare bene una unità compiuta da una élite senza l’apporto delle grandi masse.

Una unità vista con disinteressato distacco da una classe che contemplava con nostalgico abbandono il proprio tramonto.

Il Secolo XIX

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