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Le inchieste di Report ripartono domenica 14 marzo.

L’appuntamento è in prima serata alle ore 21.30.

Si parlerà di Unione Europea: 27 Paesi che sono uniti sulla carta e che invece alla prova dei fatti pensano ognuno per sé, mentre Cina e Stati Uniti si dividono il mondo. Da mesi l’Euro è sotto l’attacco della speculazione e il “caso Grecia” sta mostrando la fragilità dell’Unione quando deve difendersi da una crisi globale. Si fanno trattati, si stanziano fondi, ma con quali risultati?

I “doppi incarichi”. Nella XVI legislatura circa 20 parlamentari svolgono anche l’attività di sindaco o presidente di provincia. La legge non è chiara, ma la compatibilità è stabilita da un precedente del 2002. Alcuni onorevoli svolgono persino 2-3 attività istituzionali. Come fanno a dedicarsi con l’impegno necessario ad incarichi che stanno anche geograficamente in luoghi diversi?

I Fas, ovvero i Fondi per le Aree Sottoutilizzate: una cassaforte di circa 60 miliardi di euro che il governo nel 2003 aveva dedicato al sud e alle aree più depresse per portarle all’altezza di quelle più sviluppate del nostro Paese. Vedremo che fine hanno fatto, in quali mani finiscono, quale sviluppo hanno portato e dove.

La legge finanziaria e le procedure di approvazione, cos’è il decreto milleproroghe e come leggere il bilancio dello Stato. In sostanza quanti soldi entrano attraverso le tasse, e come vengono ridistribuiti.

Cos’è l’INPS. La popolazione invecchia e i lavoratori sono sempre di meno, e tutti ci dicono che le pensioni delle generazioni future sono a rischio. Per questo, suggeriscono, sarebbe meglio abbassarle subito.
Studiando i conti di Inps e Inpdap, le previsioni sembrerebbero diverse.

Dopo il successo di “Mare nostrum”, l’inchiesta sulla pesca illegale che ha contribuito a cancellare le spadare dai nostri mari, torniamo sul tema con il tonno rosso, una specie che è sull’orlo dell’estinzione nel Mediterraneo. Il cibo globalizzato ha più costi che benefici.

Lo Ior, la Banca Vaticana. Non è paragonabile ad una qualunque altra banca “off shore” viste le sue finalità e le ricadute che il suo operato ha nel nostro paese e in tutto il mondo. Eppure è ancora un Istituto considerato per molti versi “impenetrabile” e con molte “ombre”.

L’industria dell’automobile. In un mondo sull’orlo di una crisi di traffico, l’Italia ha il primato della densità automobilistica in Europa: più di 600 auto ogni mille abitanti.
Se non si vendono automobili è crisi e poiché il mercato è saturo, sono gli aiuti di Stato a sostenere la domanda aumentando l’indebitamento collettivo. Si può uscire da questo modello?

Nel corso delle 12 puntate si continuerà a seguire gli sviluppi delle inchieste trattate nelle precedenti edizioni, dalla fecondazione assistita alla bolla speculativa, da Parmalat a S. Marino.

In questa stagione ci occuperemo anche di sicurezza stradale, con particolare riferimento alle azioni e ai programmi, in materia di educazione, prevenzione e repressione.

Per le inchieste internazionali presenteremo l’edizione italiana di Burma VJ. Candidato all’Oscar, il documentario è una delle poche testimonianze della brutale repressione del regime militare in Birmania.
Quindi Google Baby: come si affitta un utero. Come e dove su Internet.

In chiusura di ogni puntata, la collaudata rubrica delle goodnews dedicata a quella parte del Paese che va avanti, nonostante tutto.

Taormina: Cifre e dati, ma si resta In attesa di altre risposte

Sulla vicenda della Chirurgia generale dell’ospedale di Taormina arrivano l primi “chiarimenti” dalla Direzione generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Messina.

Torniamo a raccontare una storia. Una storia strana. Una storia siciliana.

Se fosse una commedia sarebbe “Uno, nessuno, centomila”. Se fosse un fumetto sarebbe “Diabolik”.
Ma non è un fumetto.

È una storia. È la storia della Chirurgia generale e della Chirurgia oncologica dell’ospedale di Taormina.

Abbiamo già raccontato i primi capitoli della nostra storia.

Capitoli che parlano linguaggi di cifre, interventi politici, mobilitazione popolare a favore della Chirurgia generale per evitarne la chiusura.

Il Piano di riorganizzazione della sanità in Sicilia. E questo il punto di svolta. Due chirurgie sono troppe.

Si devono accorpare. E, davanti a questa “Spada di Damocle”, anche le parole diventano macigni.

Chirurgia oncologica diventa Chirurgia generale ad indirizzo oncologico.

Perché? Forse per metterla sullo stesso piano di Chirurgia generale e giustificare così l’accorpamento e la chiusura?
Questo sembrerebbe il comune sentire. Ma, come tutte le storie che si rispettano, anche la nostra storia regala colpi di scena.

Dopo aver subito la pressione dell’opinione pubblica, della politica, della stampa, la Direzione generale dell’Azienda sanitaria provinciale Messina risponde.

Punta a chiarire i nodi della vicenda. Nessun comunicato stampa. Nessuna dichiarazione ufficiale.

A parlare sono le cifre affidate a due pagine. La nostra storia vira decisamente verso il tecnicismo.

“Nell’ambito del presidio ospedaliero San Vincenzo di Taormina esistono sin dal 1997 due unità operative complesse ascritte alla Chirurgia generale, una diretta dal dr Vincenzo Morici ed un’altra (ad indirizzo oncologico) diretta dal dr Vincenzo Panebianco.

La suddetta previsione, formalizzata con deliberazione n. 3811 del 2.7.1997, risale a prima della immissione in servizio dei citati sanitari ed è avvenuta in piena conformità alle disposizioni normative vigenti ed in particolare con il DM. 30.1.1998 che prevede solo la disciplina Chirurgia generale quale disciplina autonoma
per la quale è possibile espletare concorsi pubblici o procedure di regolamento.

Coerentemente con le sopra citate disposizioni normative, sia il direttore medico che i dirigenti medici della U.O.C, di Chirurgia generale ad indirizzo oncologico hanno partecipato a procedure di reclutamento afferenti la disciplina Chirurgia generale e pertanto gli stessi sono abilitati a svolgere l’attività tipica della disciplina per la quale sono stati assunti e per la quale apposite commissioni di concorso li hanno giudicati”.

Parole chiare. Ma che non chiariscono del tutto.

Nella storia che stiamo raccontando, infatti, le parole hanno la loro importanza. Qualcuno ha messo in dubbio la professionalità di responsabili, medici e personale della Chirurgia oncologica?

Non ci pare. Sulle singole professionalità nessuno ha mai posto lingua, ma, si sa, le storie spesso vengono interpretate.

Ed ognuno legge una faccia della verità. Forse quella che meglio combacia con il proprio pensiero? Forse.

Ciò chiediamo ancora: se sul Supplemento ordinario n. 2 alla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana (p. I) n. 56 del 7-12-2004 si parla, per il Presidio ospedaliero di comunità San Vincenzo – Taormina, nella colonna delle Unità operativa, di chirurgia generale e di chirurgia oncologica (e non di chirurgia generale ad indirizzo oncologico), si può parlare di errore?

Se di errore si tratta, perché il legislatore non ha provveduto a modificarlo? Attendiamo risposte non solo per noi ma anche per i lettori.

La nostra, oltre a essere una storia di parole è anche una storia di cifre.

Quelle relative all’operatività delle due Unità operative.

E qui torniamo al documento dell’Asp Messina. “I dati di attività delle due Unità operative di che trattasi relativi agli ultimi dieci anni dimostrano chiaramente che la Unità operativa diretta dal dr Panebianco effettua una tipologia di attività più qualificata, quantitativamente più consistente e con assoluto rispetto dei criteri di efficacia e di efficienza che devono sovraintendere all’attività ospedaliera.

In particolare nel periodo che dal 1999 al 2008 si evidenzia: Chirurgia generale ad indirizzo oncologico 12.905 (numero di interventi), chirurgia Generale 8.447 (numero di interventi)”.

Dati chiari e inequivocabili.

Anche se sarebbe’ interessante sapere per singolo gruppo, quanti interventi riguardano l’ambito specifico, quanti sono quelli intramoenia, quanti quelli di patologie afferenti all’indirizzo oncologico, nel primo caso, e quanti quelli rientranti e non nell’ambito della Chirurgia generale nel secondo caso.

E altrettanto interessanti sarebbero le valutazioni dell’Agenas, ossia l’Agenzia nazionale che si occupa di sanità e prestazioni sanitarie.

Valutazioni che indicano chiaramente risultati raggiunti, leggono fatturati e li mettono a confronto con fattori di efficienza e congruità di prestazioni erogate, indicano le posizioni di eccellenza, a livello nazionale, raggiunte dalle varie U.O. nei differenti presidi ospedalieri.

Dati non impressionabili dall’opinione pubblica come si vorrebbe far credere…

E un storia che vive di interpretazioni, l’avevamo detto.

Ma è anche una storia che aspetta ulteriori sviluppi. Legati ai dati della produttività del 2009.

Legati alle valutazioni dell’Agenas.

Legati alle risposte che devono arrivare dall’Ars. Ve l’abbiamo detto.
La nostra è una storia che va avanti a strappi. Una storia siciliana. Una storia che aspetta dati freschi. Per scrivere un nuovo capitolo.

I Vespri

QUEI CITTADINI CHE VOTANO MA NON PAGANO TASSE

Torna agli onori della cronaca la Circoscrizione estero.

Per facilitare l’esercizio di un diritto dei connazionali che risiedono in altri paesi sarebbe bastato il voto per corrispondenza.

Invece la legge sul voto degli italiani all’estero finisce per garantire una rappresentanza senza tassazione: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano con il loro voto le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono.

Viceversa, gli immigrati regolari nel nostro paese sono soggetti a una tassazione senza rappresentanza.
L’aula di Palazzo Madama, dal sito senato.it.

Le cronache sono piene in questi giorni delle mirabolanti avventure di Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl, accusato di essere stato eletto al Parlamento italiano nella Circoscrizione estero, ripartizione Europa, grazie ai voti della ‘ndrangheta.

Ma accuse di brogli e contestazioni sono state avanzate anche nei confronti di altri deputati e senatori eletti in quella Circoscrizione.

Chi sono dunque gli italiani all’estero e come votano? Ed è giusto che votino? Perché le contestazioni?

IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

La legge 459 del 27 dicembre 2001 riconosce il diritto di voto per i referendum e le elezioni dei due rami dal Parlamento a tutti gli italiani residenti all’estero, iscritti all’Aire (Agenzia per gli italiani residenti all’estero, gestita dal ministero dell’Interno) o iscritti agli schedari consolari (gestiti dal ministero degli Affari esteri; i consolati dovrebbero automaticamente aggiornare i dati dell’Aire).

Alla data dell’ultima elezione, il referendum del 2009, gli aventi diritto al voto in questa categoria erano 3.024.879.

Si noti che secondo la legge sulla cittadinanza del nostro paese (legge 91/1992, articolo 1), per essere italiani, e dunque per godere dei diritti politici, basta nascere da almeno un genitore italiano.

Ciò assicura la cittadinanza anche a coloro che, nati all’estero ma avendo subito optato per la cittadinanza italiana, non hanno poi mai risieduto sul territorio italiano, né ne hanno mai imparato la lingua. (1)

È a questi cittadini che si rivolge la legge 459/2001.

La norma segue e completa una riforma costituzionale (legge costituzionale 1/2001) che introduce, agli articoli 56 e 57, la Circoscrizione estero e ne definisce la rappresentanza parlamentare: dodici deputati e sei senatori.

Sono due le sostanziali novità introdotte della legge ordinaria.

La prima è rendere più semplice l’esercizio del diritto di voto per gli italiani che risiedono all’estero, prevedendo il voto per corrispondenza.

In alternativa, l’elettore può decidere di votare in Italia nella circoscrizione del territorio nazionale in cui risulta iscritto; e se non ha mai risieduto in Italia, ma è italiano per discendenza diretta, la sua circoscrizione è quella del genitore, del nonno o di altro antenato.

In secondo luogo, rende operativa la Circoscrizione estero: stabilisce infatti la sua ripartizione in quattro aree – Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, e Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Ma stabilisce anche che i candidati stessi (e di conseguenza gli eletti) debbano essere residenti all’estero.

Se l’obiettivo della legge fosse stato solo quello di rendere più facile l’esercizio del voto da parte degli italiani residenti all’estero, sarebbe stato sufficiente il voto per corrispondenza o qualunque altra forma di voto a distanza.
Con la Circoscrizione estero si fa di più: si consente agli italiani all’estero di diventare elettorato passivo.

È possibile che l’intenzione del legislatore, con l’introduzione della Circoscrizione estero, fosse solo quella di offrire una funzione di rappresentanza.

Ma nonostante il numero esiguo, questi parlamentari hanno acquisito un’importanza superiore alle previsioni.

Durante la XV legislatura, hanno di fatto garantito al governo Prodi la fiducia al Senato, condizionandone l’azione di governo.

Nell’attuale legislatura, invece, le vicende del senatore Pdl Nicola Di Girolamo, e le contestazioni su altri eletti all’estero, stanno mettendo in serio imbarazzo il Parlamento.

I LIMITI DELLA LEGGE

I punti deboli della legge 459/2001 sono numerosi. Innanzitutto, le ripartizioni della Circoscrizione estero sono molto ampie e quindi rischiano di essere poco rappresentative; addirittura, una comprende ben tre continenti.

In un contesto di tale distanza tra eletto ed elettore, anche la possibilità di esprimere preferenze sui candidati (consentito a questi elettori, a differenza di quello che succede agli italiani residenti) può non funzionare come effettivo meccanismo di selezione e controllo della classe politica.

Inoltre, i candidati potrebbero essere poco conosciuti dagli elettori e, soprattutto, poco controllabili dai partiti che li selezionano.

Il caso Di Girolamo è significativo: nessuno sembra più ricordare chi lo ha proposto, ed è subito cominciato all’interno del Pdl il valzer delle responsabilità tra chi avrebbe dovuto valutarne la candidatura.

Infine, come illustrano le cronache recenti, il voto espresso per corrispondenza solleva dubbi sulla sua trasparenza, regolarità e gestibilità amministrativa.

Le operazioni di scrutinio sono lente e facilmente imprecise. Per esempio, a quasi due anni dalle elezioni politiche del 2008, i dati sugli scrutini delle schede per la Circoscrizione estero sul sito del ministero dell’Interno risultano ancora incompleti.

Tutti questi elementi vanno rapidamente rivisti dal legislatore e in effetti ci sono già diversi disegni di legge depositati in Parlamento.

È molto probabile che a seguito del caso Di Girolamo, si arrivi a ripensarne alcuni, a cominciare dal voto per corrispondenza.

Ma qualunque riforma deve tenere conto del fatto che la disciplina del voto per gli italiani all’estero si fonda su una norma della Costituzione. Senza toccare ulteriormente la Carta, il legislatore potrà al massimo modificare le modalità di espressione di voto o di selezione dell’elettorato passivo, ma non potrà eliminare la Circoscrizione estero. (2)

E invece proprio su questa si dovrebbe riflettere.

RAPPRESENTANZA E TASSAZIONE

Il problema fondamentale è che il diritto di voto per gli italiani all’estero garantisce loro una effettiva “representation without taxation”: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano, con il loro voto, le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono.

Questo è ancor più vero con la Circoscrizione estero, i cui rappresentanti parlamentari sono essi stessi cittadini non residenti in Italia.

La rappresentanza senza tassazione contrasta con un principio fondamentale della democrazia, e se è in qualche modo accettabile per cittadini italiani che sono solo temporaneamente al di fuori dei confini nazionali, lo è di meno per chi ha deciso di vivere stabilmente all’estero e che in qualche caso, non conosce né le istituzioni né la lingua del paese di origine.

La cosa è ancora più impressionante se si pensa che viceversa, in Italia vivono e lavorano individui che soffrono di una “tassazione senza rappresentanza”, vale a dire gli stranieri regolari.

Secondo il Rapporto Caritas-Migrantes, nel 2007 gli immigrati hanno contribuito al 6,1 per cento del Pil e assicurato un gettito fiscale al nostro paese pari a 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef.

Curiosamente, il numero degli stranieri residenti in Italia, regolari e maggiorenni, è anch’esso di poco superiore ai tre milioni (dati Istat, 2009).

Appare quanto meno singolare che una popolazione così ampia, che vive e lavora onestamente nel nostro paese, non possa esprimere alcun voto, neppure a livello amministrativo, pur essendo soggetta al fisco e usufruendo dei servizi offerti.

Si noti che oltretutto vivono in Italia circa mezzo milione di stranieri solo di nome: sono i figli di immigrati, nati o arrivati in tenera età nel nostro paese, che hanno studiato in Italia, ne parlano perfettamente la lingua, e che sono in effetti indistinguibili dai connazionali della stessa età, eccetto che non godono degli stessi diritti.

È opportuno che questa asimmetria venga risolta al più presto, accelerando il percorso per l’ottenimento della cittadinanza e dei diritti collegati.

(1) A questo numero si aggiungono i numerosissimi cittadini stranieri nati all’estero ma che possono vantare un ascendente italiano (fino al secondo grado). Questi ultimi devono però richiedere che venga riconosciuta loro la cittadinanza italiana, dopo avere risieduto sul territorio italiano per almeno tre anni (è il caso per esempio di tanti calciatori naturalizzati).

(2) L’unica strada, in questo senso, potrebbe essere quella dell’abrogazione totale della stessa legge 459/2001; ciò comporterebbe l’applicazione della disciplina precedente alle modifiche costituzionali del 2001 (così come previsto anche dall’articolo 3. comma 2 della legge cost. 1/2001: “In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore”.

La Voce

Le donne più leste degli uomini a capire gli errori

Il gentil sesso riesce a percepire gli errori prima dell’uomo.

E’ quanto emerge da uno studio condotto dal Cnr in collaborazione con l’Universita’ di Milano-Bicocca e pubblicato sulla rivista Neuropsychologia.

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato 23 studenti universitari sia di sesso maschile che di sesso femminile, chiamati ad osservare e riconoscere 260 immagini.

Questo per verificare la loro attività cerebrale, monitorata con l’ausilio di 128 sensori.

Il tempo di reazione è oscillato dai 170 ai 200 millisecondi, ma con un picco di attività tra i 450 e i 600 millisecondi.

Le più veloci sono state le donne.

Gli scienziati hanno appurato nel sesso femminile un’attivazione dei neuroni specchio che si trovano nelle aree cerebrali in cui prevale l’affettività, cioè la corteccia cingolata e il sistema limbico. Invece, nei maschietti ad attivarsi prima è stata l’area più razionale, la corteccia orbitofrontale.

Insomma, i neuroni specchio delle donne sono piu’ ‘’svegli” di quelli degli uomini. Così, davanti ad un errore o a un’azione inappropriata, le donne si fanno guidare dall’istinto nel rilevare le azioni incongruenti, e risultano quindi più rapide degli uomini che invece sono più razionali e, quindi, più ”lenti” nel percepire ciò che non va.

Romagna oggi

Al via il nuovo anno giudiziario della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione Siciliana.

34 milioni i danni all’erario nel 2009
Mancanza di legalità, inefficacia, inefficienza e spreco di denaro nella P.a.

Ha avuto inizio con un minuto di silenzio in memoria del penalista Enzo Fragalà, picchiato a morte a pochi passi dal palazzo di Giustizia, la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione Siciliana.

L’inaugurazione si è svolta a Palermo, nella sala Magna di Palazzo Chiaramonte, sede del rettorato, alla presenza di magistrati, avvocati ed amministratori pubblici.

Nella sua relazione introduttiva, il presidente della sezione, Luciano Pagliaro, ha esposto le innovazioni legislative che, non seguendo uno schema unitario, paradossalmente potrebbero complicare ulteriormente l’attività, che continua ad essere disciplinata da un regolamento del 1933. Come ha illustrato Pagliaro, le contestazioni riguardano prevalentemente i reati di: corruzione, peculato, concussione, danni nell’esecuzione di opere pubbliche, incarichi di consulenza illegittimi, uso inadeguato dei contributi comunitari e malasanità.

La stragrande maggioranza delle sentenze di condanna ha riguardato dipendenti statali o di enti locali, mentre in un unico caso un impiegato regionale.

Il Procuratore regionale Guido Carlino, nella sua relazione, ha sottolineato le carenze d’organico degli uffici che non sono state ancora colmate ed ha esposto i dati del 2009 segnalando: l’apertura di seimila istruttorie; l’espletamento di 4.332 tra audizioni, richieste di atti, accertamenti, deleghe di indagini, ecc. nonché l’emissione di inviti a dedurre nei confronti di 461 soggetti, per un danno erariale ipotizzato di oltre 46.530.000 euro e l’emissione di 138 atti di citazione in giudizio a carico di 229 soggetti per un danno erariale accertato di oltre 34.517.000 euro (nel 2008 era stato di poco meno di 19 milioni).

Dalla documentazione è emerso che gli aspetti anomali della pubblica gestione riguardano principalmente la mancanza di legalità e la non conformità delle scelte amministrative soprattutto per inefficacia, inefficienza e dispendio di denaro.

Entrando nel dettaglio di alcuni degli illeciti, ad esempio nella gestione del personale, sono stati scoperti casi di infondate attribuzioni di incarichi, compensi non dovuti ed assenteismo.

Nel settore sanitario sono stati riscontrati sprechi nella gestione del 118 (acquisto di mezzi ed assunzione di personale); indebito pagamento di indennità in favore di medici di base che non avevano aggiornato gli elenchi degli assistiti ed acquisto di presidi sanitari senza il ricorso a gare ed a prezzi superiori a quelli di mercato.

Difformità sono state notate anche nel comparto della formazione professionale per mancata o insufficiente rendicontazione da parte degli enti, con danni alla Regione per non aver avuto restituite somme non dovute, ma pure difformità sull’uso del denaro rispetto alle previsioni di legge.

Scoperti anche illeciti amministrativi contabili connessi a reati derivanti da impossessamento di denaro o beni pubblici; danni all’immagine per corruzione o concussione o per concorso esterno in associazione mafiosa da parte di dipendenti pubblici.

Quotidiano di Sicilia

E “I cento passi” arrivano a Giardini Naxos in aiuto dei bambini autistici.

Il 26 marzo in scena “La madre dei ragazzi”, la vita e la lotta di Peppino Impastato

Molto spesso, all’interno della società civile, persone diversissime tra loro si incontrano.
Ed il loro impegno per migliorare la società e le condizioni di vita, specie dei più deboli, si incrocia.

Cosi, a Giardini Naxos è nato il connubio tra Pippo Calà, responsabile dell’ associazione Carpe Diem, che da anni si occupa dei bambini autistici e delle loro famiglie e Lucia Sardo, attrice di fama.

L’attrice, che per anni si è dedicata esclusivamente all’attività teatrale, approdando solo in un secondo tempo al cinema con il film d’esordio di Aurelio Grimaldi, La discesa di Aclà a Floristella, del 1992.

Da allora la scelta dei ruoli è sempre stata guidata in Lucia Sardo dal principio della qualità dei caratteri interpretati.

Per questo non ha accettato ruoli in film facili di cassetta, prediligendo titoli come La ribelle (1993), Le Buttane (1994), Nerolio (1996), tutti di Aurelio Grimaldi, giungendo a I cento passi, di Marco Tullio Giordana (2000, dove interpretava il ruolo di Felicia, la madre di Peppino Impastato).

Lo spettacolo, promosso dall’ Assessorato provinciale alla Cultura, che verrà messo in scena al Russott Hotel, è rivolto anche alle scuole,visti i temi di Legalità trattati.

Il giorno scelto per la rappresentazione, è il venerdì 26 marzo dalle 9.30 (ingresso libero)

La Sicilia sempre più isolata dal resto d’Italia e la politica siciliana sta a guardare.

Mentre il Governatore Lombardo polemizza con il Ministro Fitto in merito al conflitto di attribuzione in materia di trasporti e a difesa dello Statuto Siciliano, Trenitalia infligge un altro duro colpo al trasporto ferroviario per i treni a lunga percorrenza da e per la Sicilia.

Dal 1 marzo, infatti, Trenitalia ha soppresso i treni espressi 823, 834 e 836, denominati “Freccia del Sud” in servizio tra Agrigento, Milano e viceversa.

Tagli che comportano all’utenza siciliana un aggravio di spesa, pari quasi al doppio di quanto spendevano in precedenza, e oltre il danno la beffa di dover sopportare il disagio di effettuare obbligatoriamente due cambi treno uno a Catania e l’altro a Roma, attendendo le coincidenze per le varie destinazioni, ritardi permettendo.

E’ alquanto evidente che, oltre al disagio dei cambi treno, vi è un ulteriore disagio nel dover spostare i propri bagagli da un treno all’altro e non tenendo conto, almeno, di quelle categorie di utenti svantaggiati che sono impossibilitati ad effettuare tali operazioni. Soppressioni che anno dopo anno stanno consentendo una netta riduzione delle frequenze di treni da e per la Sicilia, già nel 2009 erano state cancellate 8 coppie di treni a lunga percorrenza (intercity ed espressi), senza nessuna presa di posizione da parte della Regione Siciliana.

Questi continui tagli stanno facendo venir meno quella continuità territoriale che ci spetta di diritto, isolando sempre di più la Sicilia ed i Siciliani dal resto d’Italia. Tutto ciò, è veramente scandaloso, ma quello che fa più rabbia è la totale indifferenza di tutta la classe politica, siciliana, regionale e nazionale.

E’ evidente che la Sicilia è ormai tagliata fuori dal servizio ferroviario nazionale, allontanandola sempre più dagli standard nazionali, dagli investimenti in infrastrutture e da un trasporto efficiente ed efficace.

Mi auguro che tutta la classe politica siciliana, apra finalmente un tavolo istituzionale su questi continui tagli e sulle mancate infrastrutture cercando di trovare ed ottenere adeguate soluzioni per evitare ogni tipo di penalizzazione al trasporto ferroviario siciliano.

Sono convinto che non sarà più possibile per i Siciliani, che vorranno raggiungere le città italiane (Milano, Torino, Roma, etc.), poter disporre di treni giornalieri, che li porteranno in un Italia, che sta diventando sempre più lontana ed irraggiungibile.

La totale assenza di una programmazione regionale dei trasporti ed una disattenta attività politica ed economica del territorio hanno permesso che si perpetrassero questi continui tagli ad un servizio ferroviario “Universale” che costituisce per la Sicilia ed i Siciliani, l’unico mezzo di collegamento tra l’Isola ed il continente “Italia”.

Non è concepibile immaginare un territorio meraviglioso, che tutto il mondo ci invidia, in questo stato di arretratezza infrastrutturale e sono convinto che a salvare la Sicilia non siano utili solo le campagne internazionali di promozione-turistica per attrarre flussi ma, un’attenta programmazione e realizzazione di infrastrutture viarie e ferroviarie a breve e a medio termine e di una mobilità sostenibile regionale basata non sull’offerta ma sulla domanda da parte dell’utenza.

Non basta e non deve bastare alla politica siciliana, la scusa che la popolazione siciliana è facilmente propensa ad accontentarsi, specialmente in un momento di profonda crisi, crisi che per noi siciliani è da almeno 40 anni che esiste e non è, un problema di questi ultimi anni.

La crisi infrastrutturale della Sicilia è prettamente un problema politico e la prova tangibile è sotto gli occhi di tutti, nessun collegamento veloce stradale né ferroviario tra le nove province siciliane, penso che ciò possa bastare a far riflettere i siciliani e tutta la classe politica siciliana.

D’altronde chi è causa dei suoi mali pianga se stesso.

Giosuè Malaponti

LA CRISI D’IDENTITA’ DEL PDL

Il fantasma di un partito

La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi.
Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.

Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica.

E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità.

E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.

Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine.

Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo?

Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.

Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso.

E dunque anche alla costruzione di un partito.

La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consig l i o ; è prima a v e r e un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.

Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema.

Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra.

In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45).

È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.

Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina.

Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia.

Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità.

Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese.

Ernesto Galli della Loggia – Corriere delle Sera

Taormina: Consiglio comunale: esce Sabato, entra Messina. Ma “don” Vittorio farà ricorso

E’ stata notificata nelle scorse ore a Palazzo dei Giurati la sentenza della Corte d’Appello di Messina che dichiara il consigliere comunale Vittorio Sabato incompatibile con la carica sin qui ricoperta a causa di un contenzioso da tempo in atto tra il consigliere e il Comune di Taormina.

Al posto di Sabato, sempre tra i banchi della maggioranza, subentra il primo dei non eletti della lista Alleanza per Taormina, Fiero Messina.

Sabato, nell’apprendere la notizia, ha “promesso”battaglia sulla vicenda:
“Sono molto tranquillo.

L’ho detto e lo ripeto che io non ho nessuna intenzione di dimettermi. Dovranno cacciarmi e che si prendano la responsabilità di farlo”.

Emanuele Cammaroto – La Voce di Taormina

Se un voto si compra con cinquanta euro

L’autore di “Gomorra” e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata “Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell’economia legale”
NESSUNO vincerà le elezioni in Italia.

Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama “organizzazioni criminali” e ancor più “economia criminale”.

Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l’equivalente di cinque manovre finanziarie.

Il titolo “La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana” fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora. ?

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti.

Non c’è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un’arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l’emigrazione verso l’estero.

E’ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro.
Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali.

Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno.
Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare.
Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro.

Quasi come al tempo di Achille Lauro, l’imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria.

Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica.

Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell’arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata.

E’ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal ‘92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone?

Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico (…)non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.
(…)

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero.

Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra.

Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse.

Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali.

E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all’Italia ferita dalle stragi di mafia: “Questo popolo… talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte… Mi rivolgo ai responsabili… Un giorno verrà il giudizio di Dio”. Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale.
Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo.

Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro.

Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l’attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti.

È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli.

Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all’insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione.

A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

La Repubblica

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