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E “I cento passi” arrivano a Giardini Naxos in aiuto dei bambini autistici.

Il 26 marzo in scena “La madre dei ragazzi”, la vita e la lotta di Peppino Impastato

Molto spesso, all’interno della società civile, persone diversissime tra loro si incontrano.
Ed il loro impegno per migliorare la società e le condizioni di vita, specie dei più deboli, si incrocia.

Cosi, a Giardini Naxos è nato il connubio tra Pippo Calà, responsabile dell’ associazione Carpe Diem, che da anni si occupa dei bambini autistici e delle loro famiglie e Lucia Sardo, attrice di fama.

L’attrice, che per anni si è dedicata esclusivamente all’attività teatrale, approdando solo in un secondo tempo al cinema con il film d’esordio di Aurelio Grimaldi, La discesa di Aclà a Floristella, del 1992.

Da allora la scelta dei ruoli è sempre stata guidata in Lucia Sardo dal principio della qualità dei caratteri interpretati.

Per questo non ha accettato ruoli in film facili di cassetta, prediligendo titoli come La ribelle (1993), Le Buttane (1994), Nerolio (1996), tutti di Aurelio Grimaldi, giungendo a I cento passi, di Marco Tullio Giordana (2000, dove interpretava il ruolo di Felicia, la madre di Peppino Impastato).

Lo spettacolo, promosso dall’ Assessorato provinciale alla Cultura, che verrà messo in scena al Russott Hotel, è rivolto anche alle scuole,visti i temi di Legalità trattati.

Il giorno scelto per la rappresentazione, è il venerdì 26 marzo dalle 9.30 (ingresso libero)

La Sicilia sempre più isolata dal resto d’Italia e la politica siciliana sta a guardare.

Mentre il Governatore Lombardo polemizza con il Ministro Fitto in merito al conflitto di attribuzione in materia di trasporti e a difesa dello Statuto Siciliano, Trenitalia infligge un altro duro colpo al trasporto ferroviario per i treni a lunga percorrenza da e per la Sicilia.

Dal 1 marzo, infatti, Trenitalia ha soppresso i treni espressi 823, 834 e 836, denominati “Freccia del Sud” in servizio tra Agrigento, Milano e viceversa.

Tagli che comportano all’utenza siciliana un aggravio di spesa, pari quasi al doppio di quanto spendevano in precedenza, e oltre il danno la beffa di dover sopportare il disagio di effettuare obbligatoriamente due cambi treno uno a Catania e l’altro a Roma, attendendo le coincidenze per le varie destinazioni, ritardi permettendo.

E’ alquanto evidente che, oltre al disagio dei cambi treno, vi è un ulteriore disagio nel dover spostare i propri bagagli da un treno all’altro e non tenendo conto, almeno, di quelle categorie di utenti svantaggiati che sono impossibilitati ad effettuare tali operazioni. Soppressioni che anno dopo anno stanno consentendo una netta riduzione delle frequenze di treni da e per la Sicilia, già nel 2009 erano state cancellate 8 coppie di treni a lunga percorrenza (intercity ed espressi), senza nessuna presa di posizione da parte della Regione Siciliana.

Questi continui tagli stanno facendo venir meno quella continuità territoriale che ci spetta di diritto, isolando sempre di più la Sicilia ed i Siciliani dal resto d’Italia. Tutto ciò, è veramente scandaloso, ma quello che fa più rabbia è la totale indifferenza di tutta la classe politica, siciliana, regionale e nazionale.

E’ evidente che la Sicilia è ormai tagliata fuori dal servizio ferroviario nazionale, allontanandola sempre più dagli standard nazionali, dagli investimenti in infrastrutture e da un trasporto efficiente ed efficace.

Mi auguro che tutta la classe politica siciliana, apra finalmente un tavolo istituzionale su questi continui tagli e sulle mancate infrastrutture cercando di trovare ed ottenere adeguate soluzioni per evitare ogni tipo di penalizzazione al trasporto ferroviario siciliano.

Sono convinto che non sarà più possibile per i Siciliani, che vorranno raggiungere le città italiane (Milano, Torino, Roma, etc.), poter disporre di treni giornalieri, che li porteranno in un Italia, che sta diventando sempre più lontana ed irraggiungibile.

La totale assenza di una programmazione regionale dei trasporti ed una disattenta attività politica ed economica del territorio hanno permesso che si perpetrassero questi continui tagli ad un servizio ferroviario “Universale” che costituisce per la Sicilia ed i Siciliani, l’unico mezzo di collegamento tra l’Isola ed il continente “Italia”.

Non è concepibile immaginare un territorio meraviglioso, che tutto il mondo ci invidia, in questo stato di arretratezza infrastrutturale e sono convinto che a salvare la Sicilia non siano utili solo le campagne internazionali di promozione-turistica per attrarre flussi ma, un’attenta programmazione e realizzazione di infrastrutture viarie e ferroviarie a breve e a medio termine e di una mobilità sostenibile regionale basata non sull’offerta ma sulla domanda da parte dell’utenza.

Non basta e non deve bastare alla politica siciliana, la scusa che la popolazione siciliana è facilmente propensa ad accontentarsi, specialmente in un momento di profonda crisi, crisi che per noi siciliani è da almeno 40 anni che esiste e non è, un problema di questi ultimi anni.

La crisi infrastrutturale della Sicilia è prettamente un problema politico e la prova tangibile è sotto gli occhi di tutti, nessun collegamento veloce stradale né ferroviario tra le nove province siciliane, penso che ciò possa bastare a far riflettere i siciliani e tutta la classe politica siciliana.

D’altronde chi è causa dei suoi mali pianga se stesso.

Giosuè Malaponti

LA CRISI D’IDENTITA’ DEL PDL

Il fantasma di un partito

La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi.
Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.

Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica.

E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità.

E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.

Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine.

Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo?

Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.

Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso.

E dunque anche alla costruzione di un partito.

La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consig l i o ; è prima a v e r e un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.

Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema.

Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra.

In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45).

È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.

Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina.

Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia.

Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità.

Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese.

Ernesto Galli della Loggia – Corriere delle Sera

Taormina: Consiglio comunale: esce Sabato, entra Messina. Ma “don” Vittorio farà ricorso

E’ stata notificata nelle scorse ore a Palazzo dei Giurati la sentenza della Corte d’Appello di Messina che dichiara il consigliere comunale Vittorio Sabato incompatibile con la carica sin qui ricoperta a causa di un contenzioso da tempo in atto tra il consigliere e il Comune di Taormina.

Al posto di Sabato, sempre tra i banchi della maggioranza, subentra il primo dei non eletti della lista Alleanza per Taormina, Fiero Messina.

Sabato, nell’apprendere la notizia, ha “promesso”battaglia sulla vicenda:
“Sono molto tranquillo.

L’ho detto e lo ripeto che io non ho nessuna intenzione di dimettermi. Dovranno cacciarmi e che si prendano la responsabilità di farlo”.

Emanuele Cammaroto – La Voce di Taormina

Se un voto si compra con cinquanta euro

L’autore di “Gomorra” e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata “Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell’economia legale”
NESSUNO vincerà le elezioni in Italia.

Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama “organizzazioni criminali” e ancor più “economia criminale”.

Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l’equivalente di cinque manovre finanziarie.

Il titolo “La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana” fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora. ?

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti.

Non c’è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un’arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l’emigrazione verso l’estero.

E’ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro.
Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali.

Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno.
Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare.
Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro.

Quasi come al tempo di Achille Lauro, l’imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria.

Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica.

Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell’arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata.

E’ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal ‘92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone?

Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico (…)non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.
(…)

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero.

Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra.

Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse.

Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali.

E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all’Italia ferita dalle stragi di mafia: “Questo popolo… talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte… Mi rivolgo ai responsabili… Un giorno verrà il giudizio di Dio”. Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale.
Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo.

Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro.

Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l’attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti.

È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli.

Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all’insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione.

A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

La Repubblica

Taormina. Educazione alla legalità per gli studenti dell’Istituto comprensivo 1 di Taormina

Ieri mattina, infatti, è stata tenuta una “lectio magistralis” dal capitano Gianpaolo Greco e dal maresciallo Salvatore Vittorio, rispettivamente capitano della Compagnia dei carabinieri di Taormina e comandante della Stazione dei Cc della “Perla dello Jonio”.
Durante l’incontro con gli alunni, i due rappresentanti dell’Arma hanno parlato di legalità in generale, ma hanno anche raccontato alla giovane platea alcune esperienze personali.

Molte le domande da parte dei ragazzi sul fenomeno mafia.

Soddisfatta, alla fine dello stage, la dirigente scolastica Carla Santoro, che da anni promuove varie iniziative sul tema della legalità.

Vai Taormina

La carica delle poltrone: divieti di doppi mandati ed emolumenti, quando l’eccezione si fa regola…

LA REGOLA: COSA PREVEDE LA LEGGE?

L’art. 62 del d.lg. n. 267 del 2000 (“Testo Unico degli Enti Locali”) prevede la “incompatibilità” tra la carica di sindaco o presidente di provincia e quella di deputato o senatore.

Più precisamente, si prescrive l’“automatica decadenza” dalla carica di Presidente della Provincia o di Sindaco (di un Comune con una popolazione superiore a 20 mila abitanti) nel caso di accettazione della candidatura a deputato o senatore.

Gli art. 1 e 2 della legge n. 60 del 1953 (sulle “incompatibilità parlamentari”), inoltre, prevedono il “divieto di doppi incarichi” per i parlamentari.

In particolare, si introduce il divieto di ricoprire cariche:

* in enti pubblici o privati (per nomina o designazione del Governo o di organi dell’Amministrazione dello Stato);
* o in associazioni o enti che gestiscano servizi per conto dello Stato o della Pubblica Amministrazione (o ai quali lo Stato contribuisca in via ordinaria).

La ratio è quella di evitare potenziali “conflitti d’interesse”, ossia l’abuso del proprio incarico al fine esclusivo di condizionare il voto di un pubblico vasto per un proprio tornaconto elettorale.

L’art. 3 della legge n. 1261 del 1965 (sul “trattamento economico dei parlamentari”), invece, prevede il “divieto di cumulo” delle indennità per i parlamentari.

In pratica, si stabilisce il divieto di cumulare le indennità parlamentari (di deputato o senatore, pari a circa “13 mila euro” mensili) con altri salari derivanti:

* da incarichi di carattere amministrativo (conferiti dallo Stato, da enti pubblici, da banche di diritto pubblico, da enti privati concessionari di pubblici servizi, da enti privati con azionariato statale, da enti privati aventi rapporti d’affare con lo Stato o da Regioni, Province o Comuni);
* o da rapporti di pubblico impiego (i dipendenti dello Stato, di altre pubbliche amministrazioni nonché di enti ed istituti di diritto pubblico, eletti deputati o senatori, sono collocati d’ufficio in aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare).

L’art. 83 del d.lg. n. 267 del 2000, infine, prevede il “divieto di cumulo” delle indennità per gli assessori ed i consiglieri di comuni e province.

Questi, qualora eletti al Parlamento europeo, al Parlamento nazionale o al Consiglio regionale, se mantengono la loro carica presso l’ente locale, hanno diritto solo al gettone di presenza per la partecipazione ai Consigli o alle Giunte comunali o provinciali.


LO “STATUS QUO”: QUANDO L’ECCEZIONE SI FA REGOLA!

L’attuale legislazione relativa alla compatibilità tra il ruolo di parlamentare e quello di sindaco o presidente di provincia presenta, però, una lacuna evidente:

* mentre l’art. 62 del Tuel obbliga ogni sindaco o presidente di provincia, intenzionato a candidarsi alle elezioni politiche, a dimettersi dal proprio incarico di amministratore locale;
* la legge non vieta espressamente il contrario, ossia ad un parlamentare in carica di candidarsi alle elezioni locali (oppure ad un politico a candidarsi, nella stessa tornata elettorale, contestualmente alle elezioni locali e politiche).

Nel corso della prima Repubblica tale anomala eccezione non si è posta, vista la consuetudine politica di considerare comunque “incompatibili” le due cariche.

Nel corso della legislatura Berlusconi del 2001/2006, invece, la maggioranza politica di centrodestra (con l’avallo “complice” dell’opposizione) ha deciso di stravolgere questa prassi consolidata riconoscendo il diritto di ogni parlamentare:

* di candidarsi a sindaco (o presidente di provincia)
* e di mantenere, contestualmente, il proprio incarico da parlamentare!

Questo quanto ha stabilito per la prima volta la giunta delle elezioni della Camera dei Deputati in relazione al caso di Diego Cammarata (onorevole di Forza Italia dal 2001 al 2006 e, al contempo, sindaco di Palermo).

L’“eccezione Cammarata”, così, ben presto è divenuta “regola”: nelle more di una legge silente e contraddittoria sul punto, la giunta delle elezioni della Camera ha dichiarato finora “compatibili” ben 15 onorevoli che hanno assunto il doppio incarico (di deputato e sindaco)!

Il caso di parlamentari-sindaci, però, rappresentano solo la punta dell’iceberg di un “malcostume politico” ben più ampiamente e trasversalmente radicato.

Sindaci, presidenti di provincia, assessori e consiglieri locali, amministratori delegati di aziende e società, presidenti di fondazioni, ministri, parlamentari…: ricoprendo contestualmente più cariche, i nostri politici cumulano ormai con disinvoltura incarichi (ed emolumenti):

* anche quando ciò risulta “vietato dalla legge”
* e pur in presenza di tangibili “conflitti di interessi”!

Mentre molti italiani hanno difficoltà a mantenere il proprio posto di lavoro, così, tale preoccupazione è ben lontana dai pensieri di molti politici “tuttofare” (o “fantuttoni”) che godono dell’unico posto “fisso e inamovibile” rimasto!

Forse perché il Parlamento, di fatto svuotato delle sue funzioni dal Governo, risulta un luogo sempre più monotono, i nostri “poveri” parlamentari preferiscono mantenersi attivi e vitali ricomprendo una svariata infinità di cariche e funzioni!

Secondo i dati forniti da Camera e Senato (e pubblicati dal settimanale “l’Espresso” lo scorso 25 febbraio), in Parlamento attualmente cumulano più incarichi:

* 113 deputati (su 630);
* e ben 150 senatori (su 315).

DOPPI (O TRIPLI) INCARICHI: ECCO ALCUNI NOMI ECCELLENTI…

In questi anni i cittadini italiani hanno beneficiato di un alleato in più nella lotta contro i “fannulloni” e gli incapaci della pubblica amministrazione: il ministro “fantuttone” Renato Brunetta, sempre pronto a stigmatizzare la condotta di quegli impiegati pubblici incapaci di restare incollati alla poltrona per tutto l’arco della giornata lavorativa…

I conti, però, sembrano non tornare più se è lo stesso Brunetta a rischiare di assentarsi parecchio dal proprio ufficio ministeriale per svolgere a tempo pieno un nuovo incarico che per lui si configura: quello di sindaco di Venezia!

Il “superministro” della Pubblica Amministrazione, infatti, si è reso disponibile a candidarsi a sindaco di Venezia solo a condizione di non rinunciare né al suo incarico di ministro né al ruolo di parlamentare, triplicando così i suoi impegni!

Il vero “unto dal Signore”, piuttosto che il Cavaliere, sembra essere proprio Brunetta: in confronto alla sua abilità nel moltiplicare incarichi e poltrone, infatti, Gesù Cristo apparirebbe oggi un dilettante nell’arte di moltiplicare soltanto pani e pesci!

Renato Brunetta sembra addirittura voler capitalizzare la propria influenza ministeriale:

* ottenendo da ben otto ministri di Governo l’impegno a sostenerlo in prima persona nella sua campagna elettorale;
* e servendo ai propri elettori su un piatto d’argento la promessa di ottenere ben “25 miliardi” di investimenti in favore della sua Città!

Alle critiche sulla sua “ingordigia di potere”, allora, il “ministrino” taglio corto, un po’ seccato e infastidito, ripetendo di essere un “superuomo” in grado di lavorare anche 18/20 ore al giorno…

Brunetta, però, non è affatto in cattiva compagnia nell’elenco dei i più noti “doppi poltronisti”.

Un esempio è il caso del collega Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture:

* pronto a candidarsi a sindaco di Lecco (dopo essere riuscito, appena lo scorso novembre, a far sbloccare dal Cipe “130 milioni” per la costruzione della Lecco-Bergamo);
* ma indisponibile a rinunciare al proprio incarico di viceministro (specie allorquando al suo Ministero toccherà gestire ben “12 miliardi” di euro per l’affare “Expo 2015”!).

Altro caso noto è quello di Lucio Stanca, ex ministro per l’Innovazione e le Tecnologie del precedente governo Berlusconi e attualmente:
* vicepresidente della Società “Expo 2015” (carica per la quale ha già percepito “450 mila euro” di emolumenti, ovviamente cumulati alla sua rendita da parlamentare);
* e deputato (non a caso di frequente assente dai banchi parlamentari, visto i suoi ben più importanti impegni che lo bloccano a Milano!).

Altro eccellente “doppio poltronista” è Altiero Matteoli, attualmente:

* sindaco di Orbetello (in Toscana);
* e ministro dei Trasporti.

E che dire di Alfredo Messina:

* senatore del Pdl;
* e consigliere di amministrazione di Mediaset (la società che controlla interamente la Concessionaria Rti, la quale manda in onda Canale 5, Italia 1 e Rete 4)?

Formalmente nessun parlamentare potrebbe rivestire cariche o funzioni in società “concessionarie pubbliche”.

La giunta delle elezioni del Senato, però, ha giudicato “compatibile” il suo doppio incarico, essendo il sen. Messina formalmente consigliere di Mediaset e non della Rti (di fatto, una “società matrioska” creata per aggirare il divieto di legge!).


TRA “CONFLITTI D’INTERESSI” E “CONCENTRAZIONI DI POTERE”…

Lo scenario che questa “lotteria delle cariche” lascia trasparire è alquanto “desolante” e testimonia l’eccessiva “personalizzazione” della politica e i frequenti “abusi” cui il potere è avvezzo.

Il problema di fondo:

* non è tanto (o non solo) economico (la cumulazione di più emolumenti in capo ad uno stesso politico);
* bensì di legalità, efficienza, trasparenza della politica ed autonomia degli enti locali.

1. un problema di “legalità”:

Come può la politica svolgere una funzione pubblica essenziale (la rappresentanza degli interessi della Comunità e la gestione della finanza pubblica) nel più assoluto “dispregio per le regole”?

Per quale ragione a un politico deve essere concesso un “privilegio” vietato a qualsiasi altro pubblico impiegato (parimenti retribuito con i soldi dei contribuenti), ossia la facoltà di svolgere un “doppio lavoro”?

Quale immagine di correttezza, moralità e serietà si trasmette alla pubblica opinione?

2. un problema di “efficienza”:

Come si può umanamente immaginare che un politico possa contestualmente svolgere, con la massima “dignità” e dedizione possibile, una pluralità di incarichi così diversi (e “distanti”)?

E come possono i cittadini accettare l’idea di essere amministrati da sindaci “part-time”, pronti a mettersi e sfilarsi la fascia tricolore con la stessa sveltezza con cui le modelle si cambiano i costumi in camerino?

La ratio irrinunciabile del divieto di cumulo delle cariche di parlamentare e di sindaco è proprio quella di evitare il cumulo di funzioni che richiedono un impegno costante e totalizzante, specie per gli enti locali di grandi dimensioni che esigono una gestione a tempo pieno!

3. un problema di “trasparenza”:

Com’è tollerabile questa eccessiva “concentrazione di potere” in poche mani?

Come si possono ragionevolmente evitare “conflitti di interessi”?

E com’è possibile che un solo personaggio divenga tanto indispensabile e “insostituibile” da essere chiamato a svolgere contestualmente diversi incarichi?

4. un problema di “autonomia” degli enti locali:

E’ normale che un amministratore locale debba svolgere altri incarichi di Governo per aver qualche “chance” in più di aver accesso a finanziamenti pubblici da parte dello Stato?

Come si può “mortificare” l’autonomia e l’indipendenza degli enti locali, che hanno diritto ad esser messi in condizioni di parità tra di loro e a non essere discriminati in ragione dei doppi incarichi (più o meno prestigiosi) assunti dal proprio primo cittadino?

L’impressione non può che essere una sola: “si sta superando il limite della decenza. I doppi incarichi abusano della fiducia degli Italiani, che non hanno l’anello al naso!”.

Se questa fosse solo la mia impressione, probabilmente in pochi dovrebbero sentire la preoccupazione di curarsene…

Nel momento, invece, in cui queste sono parole testualmente riferite dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini, credo che sia arrivato il tempo di sviluppare una riflessione più seria e profonda sul “malcostume politico italiano”.

Gaspare Serra

Giampilieri: Ieri, oggi e … domani

Si svolgerà sabato 17 aprile alle ore 21,00, presso il tempio di Cristo Re di Messina, il concerto bandistico in favore di Giampilieri, il paese del messinese, recentemente colpito da una spaventosa frana.

La manifestazione, patrocinata dal comitato “Salviamo Giampilieri” dagli antoniani del Cristo Re, vedrà in scena il compleso bandistico “G.Miraglia” di Acireale (Catania).

I proventi saranno devoluti alla comunità di Giampileri per le necessità causate dall’ alluvione dell’ ottobre 2009.

Info: 3468180375

Daniele Piombi torna a Milazzo per presentare il suo libro sul Premio Regia Televisiva

Mercoledì 10 conferenza stampa alle 11 a Palazzo D’Amico

Una giornata di amarcord. Nell’auspicio che quello che è stato possa, un giorno ritornare.

Il legame tra Milazzo ed il premio Regia Televisiva (tre edizioni all’inizio degli anni ’90) è stato subito intenso.

Un feeling che ha permesso la città del Capo di essere presente sulle principali emittenti televisive e sui giornali nazionali.

Quei tre anni sono contenuti nel libro che il patron del Premio Regia Televisiva, Daniele Piombi ha scritto proprio in occasione dei 50 anni della manifestazione.

In questo volume che racconta dalla penna del presentatore e dalle immagini fotografiche delle varie edizioni del Premio c’è anche Milazzo, tra ricordi e soprattutto aneddoti.

E il presentatore ha voluto, tornando in Sicilia appunto per far conoscere il libro scegliere le due città simbolo del premio: Giardini Naxos e appunto Milazzo.

L’amministrazione comunale ha subito condiviso l’idea di Piombi e così mercoledì 10 marzo alle 11 a palazzo D’Amico, nel corso di una conferenza stampa il patron del Premio Regia racconterà i tre anni milazzesi sfogliando proprio le pagine “Una Tv da Oscar – Cinquantesimo Premio Regia Televisiva, mezzo secolo di televisione, storia, retroscena e aneddoti raccontati da Daniele Piombi e Gigi Vesigna” (edizioni Rai Eri).

Alla cerimonia sono stati invitati tutti i politici degli anni ’90, gli attuali consiglieri comunali ed i cittadini che furono protagonisti di quei tre anni.

TempoStretto

Dal blog di Sonia Alfano: “Giù le mani dall’art.18″

Ieri nella mia casella di posta ho ricevuto la lettera che vi riporto di seguito per condividere con voi uno dei momenti più “tristi” del nostro paese.
L’ha inviata un lavoratore che quotidianamente vede limitare o addirittura negare i suoi diritti da quelle istituzioni che, in realtà, dovrebbero tutelarli.

” Ci risiamo, dopo che il Governo Berlusconi c’ aveva già provato nel 2002 a cancellare l’art 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20 maggio 1970), ma non c’era riuscito solo grazie alla ferma opposizione della Cgil (c’ero anche io al Circo Massimo, quando la Cgil organizzò la più grande manifestazione in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, portando in piazza 3 milioni di persone) , adesso ci riprova con il Ddl lavoro, introducendo l’arbitrato nelle controversie di lavoro.

L’unico sindacato che sta facendo ferma opposizione contro l’aggiramento dell’articolo 18 (come fece nel 2002) è la Cgil.

Cisl e Uil stanno a guardare, non facendo nessuna barricata.

Angeletti ha detto: “per la Uil un ricorso all’arbitrato in alternativa al giudice per la risoluzione dei rapporti di lavoro è un’alternativa ragionevole”. Mentre Bonanni ha detto: “Il lavoratore può tranquillamente continuare ad andare dal giudice del lavoro come ha sempre fatto. Lo statuto dei lavoratori non è stato toccato e l’articolo 18 sta lì”.

Non potevano fare diversamente, in quanto nel 2002 (sono in pochi che se lo ricordano) Cisl e Uil firmarono con l’allora Governo Berlusconi il “Patto per L’Italia” che sospendeva l’articolo 18 per ben tre anni.

Il ddl Lavoro è stato approvato definitivamento dal Senato con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti.

Un “arbitro” al posto del giudice: lo prevede l’articolo 31 del Ddl lavoro. Con l’articolo 31 cambiano le modalità di dirimere le controversie sul lavoro, e da oggi invece del giudice può intervenire una nuova figura, l’arbitro.

L’articolo 18 stabilisce che il giudice reintegri il lavoratore che sia stato licenziato senza giusta causa.

Con la nuova norma ­ invece ­ sarà il lavoratore a decidere a chi affidarsi, se al giudice (come prima), o l’arbitro.

In questo modo l’articolo 18 diventa un optional !!!

E’ chiaro a chiunque che l’articolo 31 del Ddl è incostituzionale, solo una persona non l’ha ancora capito: il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, tanto che in una nota dell’agenzia Adnkronos lui stesso dice che Pd e Cgil possono anche far ricorso ma io “non temo per nulla l’incostituzionalità della norma sull’arbitrato per i licenziamenti”.

Su Facebook ieri è stato aperto un gruppo dal titolo “Giù le mani dall’art 18″ che, nel giro di poche ore, aveva raccolto 3 mila adesioni. Oggi le adesioni sono salite a 10792.
Invito tutti ad aderire al gruppo.

Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze “

Sonia Alfano Blog

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