Lasciato il suo palazzo diroccato dalle bombe alleate della seconda guerra mondiale, un signore di notevole mole, di carnagione olivastra, trasandato e distintissimo, lo sguardo acuto, una grossa e usurata borse gonfia di libri, ogni mattina approdava a un tavolino del caffè Mazzara a Palermo.

Si chiamava Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

La lettura di Saint-Simon, Montaigne, Shakespeare, Pascal, Racine, Goethe, Stendhal, Proust, Dostoevskij… era la grande occupazione e consolazione di questo nobile siciliano. Viveva isolato senz’altro lusso che ingenti spese per i libri, soprattutto le adorate Pléiade, la celeberrima collana di Gallimard.

Poi, un giorno, aperto un grande quaderno a righe, cominciò a scrivere: “Maggio 1860. Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

La recita quotidiana del Rosario era finita.

Durante mezz’ora la voce pacata del Principe…”. Il Principe era l’evocazione del bisnonno astronomo, Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, l’ultimo gattopardo, nel romanzo il principe di Salina, coinvolto suo malgrado negli eventi dell’unità italiana.

Quella storia Giuseppe Tomasi se la era tenuta dentro tutta la vita. Forse visse in funzione di un romanzo storico che a un certo punto avrebbe scritto.

La spinta gli venne probabilmente dal “successo” letterario del cugino, Lucio Piccolo barone di Calanovella, fatto invitare nel 1954 da Montale, che ne apprezzava i versi, a San Pellegrino dove si teneva un convegno in cui noti scrittori presentavano le “speranze” delle ultime e penultime leve letterarie. Lampedusa accompagnò al convegno il cugino-poeta in erba.

Quello fu l’unico suo contatto con la “letteratura ufficiale”. Lampedusa aveva letto tutti i libri del mondo e doveva perciò sentirsi voluttuosamente intrinseco all’universo che stava sfiorando.

Assistendo agli elogi rivolti al cugino poeta dovette pensare di non esser da meno. Inoltre, al sogno letterario, sovrapponeva le consapevoli e orgogliose ascendenze nobiliari della sua famiglia, essenza di una Sicilia mitica.

Una famiglia di principi dai titoli altisonanti, con cardinali, capitani dell’Inquisizione e una pattuglia di eminentissimi religiosi. Un albero genealogico tentacolare capace di suscitare in Lampedusa una fortissima spinta emulativa.

Dopo una vita di edonistici furori sui libri degli altri, e tutto sommato anonima, almeno con la scrittura doveva lasciare una traccia “perché anch’io sia stato”.

Si potrebbe addirittura supporre che Lampedusa scrivesse “Il Gattopardo” per una sorta di ripicca. Certo una sfida con se stesso.

E per esorcizzare le ironie del cugino poeta. “Eravamo due cervelli ipercritici – dirà nel 1968 Lucio Piccolo – Se lui scriveva io lo distruggevo. Se scrivevo qualcosa io, lui me lo distruggeva”.

Lampedusa iniziò a lavorare a un testo che sarebbe diventato “Il Gattopardo” verso la fine di quel fatale 1954. In principio scrisse racconti slegati, coniugati tuttavia sugli stessi personaggi.

Tutto ruotava attorno al bisnonno Giulio Fabrizio Tomasi.

E quando si trovò con alcune parti compiute, un libro idealmente non finito, s’accese in lui, finalmente autore a sessant’anni, l’orgasmo della pubblicazione. Il brogliaccio era ancora incompleto e già Lampedusa induceva il cugino Piccolo – che intanto aveva pubblicato le sue poesie, “Canti barocchi”, nella prestigiosa collana mondadoriana Lo Specchio – a inviarlo in lettura al conte Federico Federici, uno dei funzionari di Mondadori.

Fu presentato come “ciclo di novelle”.

Uno stanco giro di lettere non portò a nulla. Anche perché intanto Lampedusa procedeva nella stesura delle parti mancanti che furono inviate ancora a Mondadori, creando un comprensibile pasticcio.

Fu l’inizio di una serie di rifiuti.

Gli insuccessi si dovettero probabilmente alla confusione creata dall’impaziente autore, alla presentazione differita di varie versioni, e dall’assoluta sordità di Lampedusa a chi gli consigliasse una salutare revisione del testo.

Vittorini, ricevuto il manoscritto tramite il libraio Flaccovio di Palermo, giustificandosi più tardi nell’ambito della polemica scoppiata sulla mancata pubblicazione del “Gattopardo” nella sua collana “I Gettoni”, scriveva: “Non posso impormi di amare scrittori che si manifestino entro gli schemi tradizionali.

Il Gattopardo avrei potuto amarlo solo come opera del passato che oggi fosse stata scoperta in qualche archivio.

L’avevo però giudicato pregevole e commercialmente valido”. Intanto un dattiloscritto era stato fatto arrivare a Elena Croce, per un giudizio e per l’indicazione di un eventuale editore.

Pare che la copia inviata alla figlia di Benedetto Croce, prima di incrociare il proprio destino, sostasse per due anni nella guardiola di una portineria.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel frattempo ammalatosi, il 2 luglio 1957 riceveva un ennesimo rifiuto. Il successivo 23 morì. Ignorato e sconfitto.

Il dattiloscritto, passato tramite Elena Croce, arrivò finalmente nella mani di Giorgio Bassani, allora curatore della collana di narratori italiani dell’editore Feltrinelli.

L’11 novembre 1958 “Il Gattopardo” uscì. Bassani fu accusato d’aver pubblicato un testo non conforme alla stesura definitiva.

Carlo Bo, recensendolo per il “Corriere delle Sera”, parlò di capolavoro.

Scoppiò una violenta polemica sulle cause dei pregressi rifiuti editoriali: ragioni letterarie, storiche e anche politiche.

Le edizioni intanto si succedevano. Il 7 luglio 1959 “Il Gattopardo” vinse il Premio Strega.

Le traduzioni dilagarono. Nel 1961, Mario Alicata, l’eminenza grigia della cultura del Pci, scrisse la prefazione per la versione russa.

Dopo aver elogiato la finezza e lo spessore drammatico del principe di Salina in uno dei più controversi momenti dell’Unità italiana, arrivò alla stoccata ideologica: “Nella nostra opinione sul piano storico il romanzo non è molto riuscito”.

Il pessimismo del cambiare tutto perché tutto resti com’è non poteva andare d’accordo con l’idea di un Risorgimento mancato.

E non poteva certo andare bene una unità compiuta da una élite senza l’apporto delle grandi masse.

Una unità vista con disinteressato distacco da una classe che contemplava con nostalgico abbandono il proprio tramonto.

Il Secolo XIX

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