Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano condannati in base ale accuse del’ imprenditore, che ha svelato gli intrighi tra appalti e massoneria, Su cui indaga la Procura di Messina

Il buio della sera non aveva ancora preso il sopravvento sulla luce del giorno, quando giovedì il giudice Mariangela Nastasi è entrata nell’ aula della seconda sezione penale del Tribunale di Messina per leggere il dispositivo della sentenza.

Pochi minuti per sancire la condanna di Carmelo D’Amico (ritenuto uno dei boss di Barcellona), a dieci anni e otto mesi di reclusione, e di Carmelo Bisognano (capo dei “Mazzaroti”) a sette anni.

E’ stato invece assolto Alfio Castro, considerato dagli inquirenti il referente in provincia di Catania delle cosche barcellonesi

Le due condanne significano che il grande accusatore, , Maurizio Marchetta, imprenditore ed ex presidente del Consiglio comunale di Barcellona targato AN è, secondo il giudice Nastasi, attendibile.

Il sostituto della direzione distrettuale antimafia Giuseppe Verzera , nel corso della requisitoria, tre giorni prima, lunedì, non aveva parlato a lungo: “Marchetta è attendibile. Le sue dichiarazioni sono tutte riscontrate .

Chiedo la condanna a 20 anni per D’Amico, a 16 anni per Bisognano e a 12 anni per Castro”, aveva concluso.
Gli avvocati degli imputati Tommaso Calderone, Giuseppe Lo Presti e Salvatore Silvestri, in 8 ore di arringa , dinanzi allo sguardo attento di Maurizio Marchetta, hanno tentato di dimostrare esattamente il contrario.

L’ex esponente politico non si è mosso neanche un minuto dall’ aula di Palazzo Piacentini, dove si teneva il processo. Guardato a vista da due uomini della Polizia che gli fanno da scorta, Marchetta ha preso appunti e ha affidato i commenti involontari a quanto giungeva alle sue orecchie alla mimica facciale.

Gli imputati, che erano invece collegati in video conferenza dalle carceri in cui sono reclusi, dovevano rispondere di vari episodi di estorsioni “sistematiche” (da qui il nome dato all’operazione, Sistema, appunto) che si sono verificate ai danni della società di famiglia di Maurizio Marchetta, la Cogemar spa, tra il 1998 e il 2008.
E che sono state raccontate proprio dal giovane imprenditore, prestato per alcuni anni della sua vita alla politica.

MASSONERIA E POLITICA.

La tenuta processuale delle dichiarazioni di Maurizio Marchetta fornisce un prezioso puntello alle indagini che stanno conducendo gli uomini della Squadra mobile di Messina, coordinati dai sostitutidella Dda Giuseppe Verzera e Angelo Cavallo. Maurizio Marchetta è, infatti, l’autore di dichiarazioni esplosive che promettono sviluppi clamorosi.

L’ex esponente di An, con tanto di nomi e cognomi, ha raccontato come la turbativa d’asta sia il sistema attraverso cui si ripartiscono gli appalti nella provincia di Messina.

Un sistema di cui sono parte alcuni uomini politici, molti imprenditori di primo piano, esponenti mafiosi, determinati funzionari comunali: tutti insieme, d’accordo, per dividersi i lavori degli appalti pubblici a Barcellona e nellaprovincia di Messina. A fare da collante, il legame massonico, specchietto per le allodole di altre e più turpi finalità.

LE AMICIZIE DI MARCHETTA.

La sentenza di Mariangela Nastasi è ancora più importante perchè Maurizio Marchetta è un personaggio controverso.

Nella relazione del 2006, la Commissione d’accesso al Comune di Barcellona Pozzo di Gotto di Maurizio Marchetta, all’epoca vice presidente del Consiglio comunale, oltre a tutta una serie di procedimenti penali (da cui è uscito) che lo vedevano all’epoca coinvolto (compresa la misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dei beni, da cui è uscito definitivamente), sono segnalati i suoi rapporti di frequentazione con Sam Di Salvo, considerato il successore di Pippo Gullotti a capo del clan dei barcellonesi, ma anche con Pio Cattafi, altro esponente di spicco della stesso gruppo mafioso.

Frequentazioni, niente di più. Anche se la relazione parla di “stretti rapporti di cointeressenza esistenti tra Marchetta e Sam Di Salvo e delle sue documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa”.

Maurizio Marchetta, nel processo, si è giustificato: «Ero in una condizione di sudditanza rispetto a Sam Di Salvo». «Era così sudditante che come hanno documentato i Ros se n’è andato insieme a lui in crociera », hanno ribattutto ironicamente legali degli imputati. Carmelo D’Amico, in un memoriale depositato dopo gli arresti del marzo del 2009, ai dubbi sulla limpidezza della condotta del politico imprenditore aveva tentato di dare corpo raccontando di colloqui e di fatti idonei a dimostrare l’ambiguità di Marchetta.

Che, pur essendo vicino alle cosche, si spaccia – secondo D’amico – come persona vittima delle richieste estorsive.

D’Amico ha raccontato di un incendio dei mezzi tenuti in un capannonne dove una delle ditte di Marchetta stava effettuando dei lavori.

Secondo Carmelo D’Amico, a farsi bruciare i mezzi, era stato proprio Maurizio Marchetta, che lo aveva chiesto prima a lui, proprio per allontanare da sè i sospetti degli investigatori. Un’ambiguità che alcuni anni fa, nel disporre il dissequestro dei suoi beni, ha rilevato il Tribunale di Messina, osservando che “Marchetta nell’interrogatorio si è trincerato dietro dichiarazioni palesemente mendaci”.

Ma il tentativo di minare l’attendibilità dell’imprenditore si è infranto sulla durezza di due sentenze di condanna.

M. Schinella – Centonove

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