Malgrado tutto, esiste una Sicilia felix.

E’ questa la sorpresa: esiste l’isola che tutti i siciliani di retto sentire vorrebbero abitare.

Se ne trova un pezzetto a Messina.

Città umiliata (non la sola a queste latitudini) da perversi intrecci fra politica e accademia, un’autentica P2 delle cattedre che impedisce di emergere ad alcuni studiosi di rango europeo, Messina può vantare la migliore libreria d’Italia.

E’ quella di Daniela Bonanzinga che, ieri a Venezia, si è vista attribuire il prestigioso riconoscimento alla memoria di Luciano e di Silvana Mauri: storici editori, fondatori e promotori dell’Uem, la scuola per librai nata un quarto di secolo fa.

Il premio, assegnato d’intesa fra esercenti e case editrici, certifica «la qualità delle pubblicazioni, l’innovazione, la professionalità e l’imprenditorialità».

Daniela Bonanzinga se ne dice, con legittimo orgoglio, «lusingata e felice» e dedica la medaglia ricevuta «alla memoria di mio padre, Antonino, che, insieme con mia madre, Rosalba, fondò l’esercizio, esattamente quarant’anni fa».
Antonino Bonanzinga fu il primo agente Einaudi in Sicilia e, negli anni Sessanta, imparò a vendere la sua merce specialissima a Torino.

Tornato a Messina, vi aprì la prima libreria siciliana (e una tra le poche in Italia) che per statuto, mantenuto dagli eredi, rinunciava al paracadute dei testi
scolastici.

Solo libri di lettura: una pacchia per i veri amanti
dell’oggetto – libro.

Ancora adesso, nella sede di via dei Mille, alle spalle della centralissima piazza Cairoli, chi si avventura al piano sotterraneo può coltivare in tranquillità il vizio impagabile di palpare, sfogliare, annusare, auscultare i volumi senza sentirsi obbligato ad acquistarne alcuno: al riparo da commessi importuni, pronti a consigliargli l’ultima novità da iper-mercato.

A scolari e studenti sono riservati laboratori, confronti, inviti alla lettura.

Sovente a contatto diretto con gli autori.

Non è poco nell’isola infelice dove, trent’anni fa, l’editore Sciascia confessò che «fare libri, e venderli poi, è come piantare fichidindia in Lombardia».

G. Testa – La Sicilia

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