“IO CONVINTO DI POTER FARE TUTTO PERCHE’ ERO MASSONE”
Colpo di scena al processo HIRAM, sui giudizi che sarebbero stati “addormentati” in Cassazione da mafia e logge:
uno degli imputati, Calogero Licata, deposita una lettera rivolta ai giudici.
“Sono consapevole del carattere illegale delle richieste, ero entrato in una sorta di delirio di onnipotenza”.
All’inizio del processo HIRAM, sui giudizi “addormentati” alla Cassazione da massoneria e mafia – alla sbarra imprenditori, un faccendiere e un impiegato della Suprema corte – uno degli imputati si chiama fuori.
Calogero Licata, con memoria depositata al processo, scrive una lettera ai giudici del collegio.
Riflessioni “di questi mesi di lunga e dura carcerazione”.
Il processo, alle sue battute iniziali, vede una sfilza di grossi nomi della nelle liste dei testi.
E tutti attendono Marcello Dell’Utri.
CHI E’ CALOGERO LICATA ?
Calogero Licata è stato arrestato nel giugno del 2008, uno dei destinatari dell’operazione HIRAM che ha portato in carcere 8 persone.
Arresti eccellenti,
Secondo l’accusa, rappresentata dal PM Fernando Asaro, Paolo Guido e Pierangelo Padova , il sistema consentiva di “insabbiare” i processi in Cassazione per far scattare la prescrizione.
Un regista, il faccendiere Rodolfo Grancini, corrompendo impiegati al “palazzaccio”, accontentava i suoi “clienti” in Sicilia.
Anche se le pratiche portavano il nome degli Agate.
Fra chi si rivolgeva a Grancini c’è anche Calogero Licata, ex assessore democristiano di Canicattì, titolare di un centro SNARP (Associazione tutela consumatori e utenti bancari).
Lui è Michele Accomando, altro imputato, sarebbero massoni in contatto con Stefano De Carolis, esponente di spicco della Serenissima gran loggia unita d’Italia.
I due avrebbero perorato le cause, in particolare di Giovanbattista ed Epifanio Agate, rispettivamente fratello e figlio del capomafia mazarese Mariano.
MENTALITA’ MASSONICA
Dopo quasi un anno dall’arresto, Licata, che nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere, rompe il silenzio con le parole, scritte.
Si dice “consapevole del carattere illegale delle richieste.
Magari si iniziava con richieste più o meno lecite – si legge nella memoria – per poi, anche in seguito alle pressioni ricevute da diretti interessati o da loro intermediari, richiedere interventi sicuramente non regolari”.
Cita l’esempio di Alberto Sorrentino, figlio di Nicolò, altro imputato nel processo.
Di come si sia dato da fare perchè ai giudici non giungesse la cartolina di ritorno nella notifica di fissazione dell’udìenza, “così come alla richiesta di determinare il rinvio dell’udienza di Agate, una volta che la stessa era stata fissata in tempo utile per evitare la prescrizzione”.
Ammette anche il suo ruolo di intermediario col faccendiere Grancini.
Quando riceveva “le lamentela di Sorrentino e di Accomando” le girava al destinatario e in base alla risposta formulava nuove richieste .
Ma non ci sarebbero interessi personali o economici dietro.
Calogero Licata confessa che a spingerlo fosse la sua mentalità massonica.
“Ero ormai entrato in una sorta di delirio di onnipotenza che mi faceva pensare che, in quanto massone, nulla, o quasi, mi era precluso.
Del resto – continua Licata – se le richieste venivano rivolte a me e poi da me girate al Grancini, era proprio in virtù di questa mia posizione di “potentissimo” nella massoneria.
Una mentalità “assurda” che gli avrebbe fatto perdere il senso della realtà, per cui giustificare “ azioni immorali che in vita mia non avevo mai compiuto”.
QUELLI DI CASTELVETRANO
Nella sua memoria Calogero Licata scende nel particolare dei fatti contestatigli.
Sostiene di avere avuto a che fare solo con Grancini .
“Mi recavo a Roma per incontrarlo personalmente e chiarire le ragioni per le quali le vicende non stavano andando come lui ci aveva promesso”.
Pare infatti che col tempo sia Licata che Nicolò Sorrentino cominciassero ad insospettirsi dell’ operato del faccendiere, “tutto quello che prometteva non si realizzava”.
L’imprenditore avrebbe continuato a tenere comunque contatti per il suo desiderio di fare di Canicattì una sede universitaria.
Nega ogni collegamento con l’associazione mafiosa, “voi stessi – scrive rivolgendosi ai giudici- leggendo le intercettazioni telefoniche potete vedere c’è mai stato contatto diretto (…) io non ho mai conosciuto la famiglia Agate e non ho mai inteso agevolarla in qualsiasi modo”.
C’è, però, un passaggio nelle intercettazioni, che per gli inquirenti porta a una delle roccaforti di Cosa nostra del Trapanese.
Licata precisa: “Quando io, parlando con il Grancini, mi mostro preoccupato del fatto che la vicenda di Agate non sta andando come doveva andare e mi riferisco ‘ a quelli di Castelvetrano’ non intendo in alcun modo dire che l’auto che l’aiuto andava dato all’associazione.
Io mostro semplicemente quella che era una mia paura per ciò che stava accadendo”.
Così Licata sostiene di non aver ricevuto pressioni da Agate, che questa per lui era una pratica come un’altra.
“Quando però le cose cominciarono a mettersi male, perchè il Grancini, come al solito, non manteneva le promesse, subentrò in me la paura che, a quel punto, i parenti dell’ Agate potessero fare la loro apparizione sulla scena e chiederci conto e ragione.
Ecco perchè il mio riferimento a ‘ quello di Castelvetrano “.
Gli inquirenti contestano a Licata altre conversazioni con Michele Accomando in cui dice che bisogna mandare “messaggi di pericolosità” al faccendiere umbro.
“In questo modo voglio dire – risponde nella memoria – che dobbiamo trasferire al Grancini la mia paura, fare in modo che anche il Grancini percepisca il pericolo di reazioni pericolose da parte dei familiari dell’Agate e si comporti di conseguenza”,
Era, infatti, per sua stessa ammissione “il timore delle reazioni da parte degli interessati” che l’aveva guidato a cercare di instillare la paura nel faccendiere, affinchè si muovesse con quella pratica.
Anche perchè, continua Licata nella sua memoria, “una cosa poteva essere la reazione di un Sorrentino o di una qualunque altra persona, e altra cosa poteva essere, almeno ai miei occhi, la reazione derivante la vicenda Agate, laddove, almeno in astratto, c’era il rischio che la causa venisse perorata, diciamo così, non dal diretto interessato, ma da persone a lui, in qualche modo, vicine”.
Passaggio poco chiaro, quest’ultimo, che fa pensare a come Licata temesse che su questa storia potesse scendere in campo anche Matteo Messina Denaro, “quello di Castelvetrano”, anche perchè gli Agate sono di Mazara del Vallo e non c’è altro riferimento che rende coerente il riferimento al paese della primula rossa.
IL PENTIMENTO
Infine Calogero Licata torna sui motivi di queste sue dichiarazioni spontanee.
“Non perchè voglio evitare l’interrogatorio e le relative domande che il pm e le altre parti mi vorranno porre.
Da questo punto di vista, anzi – annuncia l’imputato – dichiaro fin da adesso che non mi avvarrò della facoltà di non rispondere e sarò pronto a rendere ogni spiegazione che si rendesse necessaria per l’accertamento della verità”.
Infatti Licata si dichiara “pentito dell’atteggiamento processuale avuto fin qui” e manifesta la volontà di “rimediare”.
Questo sarebbe il frutto di un processo interiore dell’imputato che avrebbe concluso: “la mia attività massonica è stata la caus anon solo dei miei mali. Ma anche dei mali della mia famiglia.
Che ormai da troppo tempo soffre per colpa mia tutta questa situazione.
Oggi la massoneria di cui facevo parte non esiste più e giammai io mi sognerei di entrare in un’altra massoneria”.
L’uomo esprime il desiderio di tornare a casa dopo un anno di galera, o almeno di farcela in tempo per vedere suo figlio laurearsi.
“L’idea di non esserci – conclude Licata – a causa della mia stupida ed ingiustificabile vanità, mi distrugge, ed è anche per questo, ripeto, di riferirvi oggi tutto ciò. Grazie”.
(…)
Maristella Panepinto

















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